La campagna per il referendum è alle battute finali. Le ultime ore sono decisive. Ma che cosa abbiamo visto in queste settimane? Una progressiva falsificazione della posta in gioco; una falsificazione sistematica con un obiettivo molto semplice: far sì che la gente non capisca e dunque non voti, lasciando la mano libera a chi preferisce che tutto resti com'è.
Due episodi spiegano bene il clima di questa campagna.
Il primo riguarda Goffredo Bettini, vecchia volpe del Partito comunista, che tra una stagione romana e una svernata thailandese ha pensato bene di uscire dall'imbarazzo con una confessione singolare. Bettini ha ammesso pubblicamente di essere da sempre favorevole alla separazione delle carriere tra magistrati. Non solo lui; anche Massimo D'Alema lo è stato a lungo. Per decenni quella riforma è stata considerata a sinistra la Migliore, quasi come Togliatti. Non c'è bisogno di essere politicamente affini per essere ragionevoli, evitando che pubblici ministeri e giudici condividano lo stesso percorso professionale, finendo inevitabilmente per essere, parlando con il dovuto rispetto, culo e camicia.
Eppure Bettini voterà contro. Lo ha dichiarato per iscritto, dando la linea ai compagni con un articolo sull'Unità del 20 gennaio con disarmante faccia tosta: il referendum da quel dì doveva essere un sì o un no a Giorgia Meloni e dunque lui, pur restando favorevole alla separazione delle carriere, avrebbe votato No per coerenza alla propria aspirazione per il potere. In altre parole: me ne frego della giustizia. È una posizione legittima, non è un reato, ma fa un po' schifo lo stesso.
Il secondo elemento emerso in questa campagna è il tono con cui i sostenitori del no hanno trattato chi sostiene il Sì: alternando disprezzo e condiscendenza. La chiamerei superiorità immorale. Nei dibattiti televisivi i Signor No, atteggiandosi a numi infallibili come i notai di Mike Bongiorno,
mai hanno risposto nel merito delle questioni; hanno spostato ossessivamente il discorso su presunte vendette future contro la magistratura, evocando fantasmi di fascismi imminenti. Dev'essere un'abitudine della casa: lo specialista delle sedute spiritiche nella storia della Repubblica resta Prodi, che richiamò dall'aldilà l'anima di don Sturzo per indicare, sbagliando, la prigione di Moro, e oggi ci riprova pitturando foschi presagi qualora il No fosse sconfitto.
Eppure la realtà, prima o poi, si affaccia. È successo in televisione, a PiazzaPulita. Giorgio Mulè si è trovato di fronte Henry John Woodcock, il pubblico ministero che nella sua carriera ha firmato alcune delle inchieste più rumorose e cabarettistiche della storia giudiziaria italiana. Mulè non ha fatto teoria: ha raccontato un caso personale. Nel fascicolo aperto proprio da Woodcock ha ricordato erano state accumulate circa 37mila intercettazioni, pescate da una decina di telefoni, compresi quelli della figlia quando lui era direttore di Panorama. Alla fine di quella montagna di ascolti è rimasta una sola telefonata pubblicata: una conversazione con Berlusconi finita su un giornale di sinistra. Tutto il resto, zero, solo vite osservate dal di dentro, senza ragioni plausibili.
Ma la domanda vera è un'altra: chi ha autorizzato quelle intercettazioni? Per poterle mettere in atto si è indagato ipotizzando il reato inverosimile di corruzione per la pubblicazione da parte di Panorama di una carta processuale. Chi ha dato il via libera a un'indagine così invasiva sulla base di indizi rivelatisi poi inconsistenti? Le ha autorizzate un giudice per le indagini preliminari, certamente in buona fede ma altrettanto sicuramente consapevole dei rischi connessi al mettersi di traverso a un pm arci famoso.
Ed è qui che entra in gioco la separazione delle carriere. Perché quel giudice appartiene allo stesso ordine professionale del pubblico ministero; condivide lo stesso ambiente, le stesse logiche di carriera,
le stesse dinamiche interne. Mettersi contro un pm potente non è mai una scelta semplice.
Il punto non è punire la magistratura; il punto è evitare che accusa e giudizio crescano gemmando dalla stessa pianta. E invece che cosa abbiamo visto in queste settimane? Un atteggiamento corporativo sempre più esplicito. L'ex magistrato Gianrico Carofiglio, per esempio, di fronte al linguaggio vischioso del procuratore Nicola Gratteri rivolto ai giornalisti del Foglio - «tanto, dopo il referendum, con voi faremo i conti tireremo una rete»- non ha trovato nulla di meglio che chiederne conto alla vittima, Claudio Cerasa che del Foglio è direttore, con il tono di biasimarlo per essersi impressionato davanti alla parola rete, che a casa mia - somiglia parecchio a gabbia.
Oppure il procuratore di Roma Francesco Lo Voi che, parlando al congresso di Magistratura Democratica, ha salutato i colleghi come «plotone della procura della Repubblica», rifacendo il verso alle parole, peraltro versate fuori dal vaso, da Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, che è sottoposta alle sue indagini. Uno sketch alla Crozza, con la differenza che Crozza fa satira e non manda a processo i suoi bersagli.
È questo atteggiamento che colpisce: non la difesa delle proprie posizioni, ma il disprezzo per chi osa metterle in discussione. Alla fine la questione è semplice.
Possiamo continuare a discutere all'infinito di scenari politici e di equilibri di potere, oppure possiamo guardare la realtà per quello che è; e la realtà è che troppe volte l'intreccio tra pubblici ministeri e giudici ha prodotto abusi, pressioni, indagini sproporzionate.