Anm e Comitato del No occupano abusivamente la Cassazione e scaricano la colpa sul Demanio. Lo conferma l'imbarazzo e la non risposta arrivata in serata dal sindacato delle toghe dopo la denuncia-esposto dell'avvocato romano Romolo Reboa sull'assenza di qualsiasi contratto tra il sindacato delle toghe e il Palazzaccio che al sesto piano ne ospita la sede.
Il Giornale che ieri l'ha anticipata ha scritto di buon mattino al Demanio, al ministero della Giustizia e al leader dell'Anm Cesare Parodi (nella foto), che in serata ci ha confermando l'indiscrezione del Fatto Quotidiano: «L'Anm è entrata in possesso regolarmente dei propri uffici negli anni '50, in quanto soggetto che rappresenta il 95% dei giudici e dei pubblici ministeri italiani. Negli ultimi anni ha dato riscontro a una richiesta dell'Agenzia del Demanio, in relazione ai locali che si trovano all'interno della Corte di Cassazione, rispetto a nuove formalizzazioni ad esso riferite», ragionevolmente dopo la riforma del Demanio del 2005. «Ci sono così state diverse interlocuzioni formali tra l'Anm, la Commissione per la manutenzione e conservazione del Palazzo di Giustizia di Roma e l'Agenzia del Demanio, competente per l'amministrazione dei beni immobili dello Stato, dove l'Anm ha manifestato la propria adesione alla richiesta ricevuta. Dal 2023 è in attesa di un riscontro».
La pezza appare peggiore del buco. Secondo il legale la risposta di Anm e Fatto sarebbe la pistola fumante della prova che viene utilizzato senza titolo e senza pagare un piano intero del luogo istituzionale simbolo del sistema giudiziario italiano, profanato dalla presenza abusiva in quelle stanze del comitato del No alla legge costituzionale che separa le carriere. Il ministero della Giustizia pare dar ragione all'Anm in nome della natura sindacale dell'associazione ai sensi dell'articolo 14 dello Statuto di lavoratori. «La Commissione manutenzione può decidere sull'utilizzo degli spazi del Palazzo, di proprietà demaniale ma in uso alla Corte - ci spiega una fonte - se per l'Anm abbiamo ritenuto utilizzo come sindacato, certo non può dirsi la stessa cosa per il Comitato per il No, con cui non c'è stata alcuna interlocuzione con il ministero». Neanche la dottoressa Maria Antonietta Cervera, consegnatario degli Uffici della Suprema Corte di Cassazione e tenutaria delle scritture contabili, ha ancora risposto.
Ma se né l'Anm né il Comitato del No pagano un canone «il danno erariale è evidente», ci dice un'altra fonte giudiziaria, secondo cui la Procura di Roma e la Procura della Corte dei Conti avrebbero già in mano materiale per aprire un'indagine. Al partecipato convegno del comitato del Sì all'Hotel Donna Laura Palace di Roma Reboa ha ribadito che la norma sindacale richiamata «non esclude l'obbligo di un provvedimento concessorio». Anzi, il fatto che l'Anm e il Comitato del No siano legittimamente impegnati in una campagna elettorale dal sapore politico, aggrava la situazione di abusivismo per entrambi.
A restare con il cerino acceso è il Demanio, che si è preso del tempo per rispondere al Giornale e allo stesso Reboa. «L'Agenzia sta predisponendo la risposta all'accesso agli atti che sarà inviata nei prossimi giorni». La competenza sarebbe della Direzione Roma Capitale, Reboa ricorda al Giornale che il suo direttore Massimo Babudri «è stato sollecitato con Pec il 15 febbraio 2026».
Di tutta questa vicenda a lasciare l'amaro in bocca è la scarsa trasparenza di chi dovrebbe amministrare la giustizia in nome dei cittadini e invece si nasconde dietro codici, consuetudini e codicilli. Cosa avrebbe fatto un pm se avesse scoperto un'occupazione abusiva stile Casapound? La risposta alla Procura e alla Corte dei Conti.