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Da ex magistrato a detenuto assolto: l’odissea di Perillo

Il carcere, 8 mesi ai domiciliari e poi 7 anni di processi: "Vicenda di malagiustizia"

Da ex magistrato a detenuto assolto: l’odissea di Perillo
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Qualcuno suona alla porta di Gerardo Perillo alle 5 del mattino. È il 21 maggio 2018 e per lui comincia un calvario che durerà 7 anni e mezzo, fino ad ottobre 2025: 51 giorni nel carcere di Monza, 8 mesi ai domiciliari, 2 processi con 11 capi d’imputazione, dal concorso in bancarotta fraudolenta all’associazione per delinquere. Era un rispettato avvocato, in pensione dopo 33 anni in magistratura, fino al massimo grado di presidente di sezione in Cassazione, è diventato un uomo arrestato, indagato, imputato...Fino all’assoluzione in primo grado e in secondo grado, che gli ha restituito dignità, senza riparare le ferite.
Sulla sua storia Enrico Costa, responsabile giustizia di Fi, ha depositato alla Camera un’interrogazione per sapere se l’ingiusta detenzione di Perillo ha avuto «rilevi sulle valutazioni di professionalità dei magistrati che se ne sono occupati o se nessuno risponde degli errori».
Errori che hanno cambiato la vita di Perillo. «A 68 anni- racconta-, 45 al servizio della giustizia, mi sono trovato davanti 4 sottufficiali della Guardia di Finanza, manco fossi Totò Riina, che mi trascinavano in carcere con accuse assurde. Mentre la stampa enfatizzava la notizia e gli altri arrestati venivano interrogati in carcere, io venivo portato in manette nel tribunale di Monza, dove per 28 anni ero stato magistrato. Mi rendevo conto della follia di quanto mi stava succedendo ed ero convinto che tutto si sarebbe risolto. Invece, la mia vicenda di malagiustizia dimostra la confusione tra imputato e suo avvocato e la contiguità tra pm e giudice».
Perillo viene accusato dai pm di Monza Salvatore Bellomo e Giulia Rizzo perché era consulente legale di un imprenditore arrestato. Di fronte alla gip Federica Centonze, spiega: «Nella stessa ordinanza di custodia cautelare c’era un’intercettazione del 2015: io venivo informato di una cessione dei crediti già fatta e la censuravo avvertendo che potevano esserci conseguenze penali. La gip mi disse che nessuno mi contestava quello, dimostrando di non aver neppure letto ciò che aveva firmato. Unico, ho chiesto al gup Patrizia Gallucci il giudizio immediato, ma non l’ha fissato subito e sono finito in un processo con 50 imputati, poi diventati 15 e oltre 100 capi imputazione, durato per me più di 4 anni».

Arriva l’assoluzione, il 22 febbraio ‘23, «per non aver commesso il fatto», ma Bellomo impugna la sentenza e solo il 5 giugno ‘25 la Corte d’Appello di Milano dichiara inammissibile il ricorso.
«Ora ho una richiesta di risarcimento, due denunce contro il gup e il maresciallo-testimone della Finanza Carella, un esposto contro la gip, ma nessuno potrà cancellare quello che ho subito».

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