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Referendum, anche Fini vota sì: "Ecco perché è una riforma necessaria"

L’ex presidente della Camera: “Preoccupanti i toni usati in questa campagna”. Poi su Giorgia Meloni: “Con lei Italia credibile”

Referendum, anche Fini vota sì: "Ecco perché è una riforma necessaria"
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La riforma della giustizia è "necessaria": non ha dubbi Gianfranco Fini. L'ex presidente della Camera è intervenuto ai microfoni di BeeMagazine, rivista online del Gruppo The Skill, e ha ribadito il suo sì al referendum del 22 e 23 marzo, ma non solo. "Trovo francamente preoccupanti i toni usati in questa campagna", il suo j'accuse: "Sentire autorevoli magistrati evocare mafiosi e corrotti come elettori del sì significa spostare il dibattito dalla sostanza alla propaganda. È vero che, a tratti, anche il centrodestra ha replicato con la stessa asprezza: per questo il richiamo del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a riportare il confronto sul merito del quesito, e non sulla polemica politica, è stato opportuno e condivisibile".

Fini ha evidenziato che non si tratta di una "rivoluzione della giustizia", ma di "una riforma dell’ordinamento della magistratura". "La Costituzione parla di potere legislativo, di potere esecutivo e di ordine giudiziario: non è un dettaglio, perché significa che ai magistrati spetta il compito di far rispettare la legge, non di interpretarla", l'analisi dell'ex leader di Alleanza Nazionale. A suo avviso, inoltre, anche il nodo dei due Csm e del sorteggio "viene spesso deformato": "Non è un attacco all’autonomia della magistratura, ma un tentativo di limitare quella logica correntizia che ha finito per pesare troppo nelle nomine e negli equilibri interni. Proprio per questo la riforma andrebbe giudicata nel merito, non usata come arma contro il governo o in sua difesa. Il governo non cade in base all’esito del referendum, lo ha riconosciuto anche la segretaria del Pd in una recente intervista. Si voti, dunque, sul quesito, non per fare propaganda politica".

Fini si è anche soffermato sull'escalation in Medio Oriente e non ha usato troppi giri di parole: "La situazione è in evoluzione ma, detto con chiarezza: considero un fatto positivo che il mondo si sia liberato di un tagliagole come Khamenei, l'Iran è stato direttamente o indirettamente responsabile di troppi crimini. Questo, però, non significa che sia caduto il regime degli Ayatollah. Quel sistema si regge ancora su centinaia di migliaia di uomini, tra Basij e Pasdaran, addestrati all'odio contro gli Stati Uniti e contro Israele e, soprattutto, integrati da decenni in un vero sistema di potere".

"La premier Meloni", ha proseguito, "in un contesto storico complesso ha collocato l'Italia dalla parte giusta. Sull'Ucraina non ha avuto esitazioni: ha sostenuto con nettezza il diritto del popolo ucraino a difendersi da un'aggressione brutale, finalizzata a rovesciare Zelensky e a installare un regime fantoccio". La stessa linea per quanto concerne il fronte israelo-palestinese: "Riconoscere il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato non significa accettare slogan che implicano la cancellazione di Israele. Sul piano europeo, molti hanno dovuto ricredersi.

Chi immaginava una Meloni euroscettica e priva di visione comunitaria ha dovuto prendere atto del rapporto solido costruito con Ursula von der Leyen e del peso che oggi l'Italia esercita anche attraverso l'importante incarico ricoperto da Fitto nella Commissione. L'Italia è tornata a essere un riferimento per l'Ue".

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