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Biennale, il nuovo archivio storico è una moderna fabbrica della ricerca

Inaugurati all’Arsenale i monumentali spazi dove si collocheranno migliaia di documenti originali. Si conclude così un cantiere lungo più di vent’anni

Biennale, il nuovo archivio storico è una moderna fabbrica della ricerca

nostro inviato a Venezia

Al Magazzino del Ferro, dentro l'Arsenale, le colonne "metalliche" reggono uno spazio enorme e spoglio, da cattedrale industriale. È la nuova sede dell'Archivio Storico - Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee, emanazione diretta della Biennale di Venezia. Si respira aria di mattone e di ferro, e il silenzio è quello dei luoghi dove si lavora sul serio. Ci si entra e si capisce subito che non si è venuti a celebrare nulla di effimero. Fuori, in questi giorni, Venezia è stata protagonista, non sempre per buoni motivi. C'è la città dove il campo largo della sinistra è andato a schiantarsi alle urne; e c'è soprattutto la Biennale, che quest'anno è diventata un campo di battaglia tutto interno alla destra. La decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco di riaprire le porte al Padiglione russo, per la prima volta dopo l'invasione dell'Ucraina, ha messo in fila Bruxelles che minacciava di tagliare i fondi, una giuria internazionale dimessasi in blocco dopo aver escluso dai premi Russia e Israele, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha spedito gli ispettori a Ca' Giustinian e ha liquidato l'amico Buttafuoco accusandolo di essersi "auto-commissariato".

Venezia caput mundi o centralità da prima pagina, che dura il tempo di uno "scandalo"?

Dentro queste mura il tempo si conta in migliaia di documenti originali. L'inaugurazione, tre giorni di festa iniziati ieri, è l'ultimo tassello di un cantiere lungo più di vent'anni, avviato sotto la presidenza di Paolo Baratta, che ha restituito all'uso questi spazi monumentali. Una cifra che è già un racconto, perché in quei faldoni c'è il Novecento, che quasi sempre è passato dalla Laguna.

C'è una lettera di Henri Matisse che ringrazia la Biennale e che, voltata sul retro, rivela un disegno: il grazie di un maestro che si fa, da solo, opera. C'è la lettera autografa con cui Louis Lumière, nel 1932, accettò di entrare nel comitato d'onore della prima Mostra del cinema, l'inventore del cinematografo che benedice la creatura veneziana appena nata. C'è, sempre nel 1932, l'esordio di Walt Disney al Lido con il cortometraggio Mickey's Orphans, e poi la scia dei premi speciali che le sue Silly Symphonies raccolsero negli anni successivi. Due atti di nascita, lo stesso anno: l'inventore e il topo.

E c'è la memoria scomoda, quella che un archivio serio non nasconde. Le carte raccontano l'ira di Joseph Goebbels per La corona di ferro di Alessandro Blasetti, premiato in casa fascista nel 1941: il gerarca bollò il film come "una follia" sul piano ideologico, infastidito dai toni cupi e fantastici e da quel re tedesco dipinto come il cattivo della storia. Più in là ci sono le carte della Biennale del Dissenso del 1977, l'edizione dedicata ai perseguitati del blocco sovietico: documenti e fotografie che testimoniano il coinvolgimento, diretto o simbolico, di Andrej Sacharov (che idealmente la inaugurò), di Václav Havel e di Iosif Brodskij. Sotto le volte del Magazzino del Ferro, l'arte e i suoi nemici politici tornano a guardarsi in faccia.

Questi sono i pezzi che fanno immagine. Dietro c'è una mole che fa dell'Asac una delle raccolte più imponenti d'Europa: la fototeca con i suoi positivi a centinaia di migliaia e le lastre di vetro recuperate dai grandi studi veneziani del Novecento, la cineteca con le pellicole in ogni formato, i manifesti originali, le opere donate dagli artisti in un secolo, la biblioteca dei Giardini con i suoi chilometri di scaffali aperti. Il colpo d'occhio dei numeri serve, ma non è il punto.

Il punto lo dice, senza giri di parole, Debora Rossi, la responsabile dell'Archivio. A chi domanda a cosa serva ancora una sede fisica, oggi che il digitale e l'intelligenza artificiale paiono bastare a tutto, risponde che questa resterà "una fabbrica della ricerca e della memoria". Non un mausoleo: una fabbrica, aperta trecentosessantacinque giorni l'anno, con i ricercatori che prenotano i documenti e li studiano alla scrivania assegnata, in una residenza vera. Più di duecento studenti ci sono già passati, dentro un progetto avviato nel 2022 con Iuav, Ca' Foscari, Sapienza, il Conservatorio Benedetto Marcello e, dall'ultimo anno, l'Università di Bologna. C'è perfino un collegio di scrittura, "Scrivere in Residenza", già all'ottava edizione, in cui giovani neolaureati imparano a raccontare le sei discipline della Biennale. Debora Rossi rivendica la scelta della Biennale di "pubblicare solo in formato cartaceo" e difende la consultazione analogica come la sola che permetta di "affrontare percorsi inediti e coraggiosi". L'istituzione mette poi le proprie competenze al servizio degli archivi privati che non hanno più la forza di restare aperti. Di recente, sono stati acquisiti quelli di Tullio Kezich e di Gian Piero Brunetta. Custodire, qui, non è un gesto nostalgico: è l'azione più radicale che ci sia.

Alla cerimonia c'è il sindaco Simone Venturini, eletto da una settimana, presente nel suo ruolo (il primo cittadino è di diritto vicepresidente della Biennale). Manca invece il ministro della Cultura Alessandro Giuli, che pure firma i quasi quaranta milioni con cui lo Stato ha pagato il restauro, venti nel 2019 e diciotto dal fondo complementare al Pnrr. Buttafuoco lo ringrazia lo stesso, insieme ai due ministri che lo avevano preceduto. Il fatto, da solo, dice abbastanza.

È lo stesso Buttafuoco a consegnare l'immagine che tiene insieme ogni cosa. Spiegare cos'è un archivio, dice, si può con un gesto semplice: si afferra un documento e in quel gesto, grazie a un'istituzione che non soltanto studia ma produce, "il documento diventa un fatto d'arte". È, di nuovo, la lettera di Matisse che voltata è già disegno.

Ecco perché Venezia è centrale davvero, e non per modo di dire: non perché finisce in prima pagina il lunedì dello spoglio, ma perché tiene insieme cent'anni di carte e ne fa materia viva. Caput mundi, senza punto interrogativo. Lo si diventa custodendo, non alle urne.

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