Letteratura

"Mi piace stare da solo con i miei fantasmi e scoprire le loro storie"

L'autore fiorentino parla del nuovo romanzo "Ombre", in cui protagonista è il Passato

"Mi piace stare da solo con i miei fantasmi e scoprire le loro storie"

Lo scrittore toscano Marco Vichi si prende una pausa dalle inchieste del suo commissario Franco Bordelli per costruire con Ombre (Guanda, pagg. 432, euro 19) un romanzo che affronta il tema della magia della scrittura e del ricordo e che fa emergere drammi insospettati nella vita del raffinato editore Luigi Imbrogno. «La prima visione di questo romanzo ci spiega Vichi - risale a molti anni fa, forse dieci. Poi quella sensazione è rimasta a borbottare dentro di me fino a quando, pochi mesi fa, la storia di Ombre mi ha afferrato per il collo».

Che legame ha con il passato e la memoria?

«È un rapporto che è cambiato e continua a cambiare con il tempo, e credo valga per tutti. Da bambini il passato è ieri, poi diventa l'estate appena trascorsa, poi il Passato diventa quasi l'essenza della vita, e per chi scrive storie si trasforma in un immenso territorio in continuo movimento da esplorare, da saccheggiare. Una miniera di storie. Senza il mio passato mi sentirei perduto».

Le è mai capitato di leggere un libro che parlasse di lei, senza però averlo mai confessato all'autore?

«Non in senso diretto e reale, ma mi è accaduto spesso di essere accompagnato dentro me stesso dalla storia di un romanzo, di riconoscermi ma anche di scoprire nuove cose che di me non conoscevo. Quando scrivo mi accade la stessa cosa, ma più intensamente».

Cos'è per lei il noir?

«Non ho molta passione per le etichette, anche perché le trovo spesso sbagliate. Potrei fare un lungo elenco di romanzi e racconti del XIX e del XX secolo che non sono mai stati messi nello scaffale del noir, ma che oggi ci finirebbero dentro dritti dritti. Raccontare il male è una delle vocazioni della Letteratura, e il male serpeggia anche nei romanzi d'amore».

È vero che i suoi libri nascono man mano che li scrive?

«Proprio così, non posso farci nulla. Anche se ci sono molti colleghi che non vogliono crederci o che addirittura si irritano a sentirlo dire. Ma a me succede esattamente così. Quando scrivo, a spingermi avanti è il desiderio di scoprire e conoscere, non l'invenzione o lo sviluppo di una bella idea studiata a tavolino. Da ragazzino nascondevo questo mio modo di procedere, poi ho scoperto che molti dei grandi che considero dei maestri provavano la stessa cosa, due tra molti, Dostoevskij e Fante. Sono in buona compagnia».

Come sviluppa la suspense nelle sue storie?

«Non penso, vado avanti e racconto quello che via via scopro. Se poi c'è tensione, o il noir, o il rosa... era dentro la storia che ho dissotterrato».

Ha un'attitudine allo scrivere racconti, quanto pensa che quella forma letteraria le permetta di esprimersi in maniera diversa rispetto ai romanzi?

«Per me scrivere è sempre la stessa cosa, mi dà sempre la stessa sensazione. Anche quando scrivo un racconto di tre pagine, di cui è normale conoscere quasi tutta la storia in precedenza, anche quando racconto una storia vera... le sorprese non mancano».

Lei vive in un luogo appartato e un po' fuori dal mondo, quanto aiuta a far emergere i fantasmi di certe storie?

«Con il tempo ho imparato a scrivere ovunque, anche in treno o camminando, dettando al cellulare. Ma vivere in campagna mi piace. Mi piace stare da solo, anche se la mia mente è sempre affollata... di fantasmi».

Quanto è importante lo stile?

«Non va cercato, è una conseguenza dell'atteggiamento che si ha verso la scrittura, di cosa si cerca nella scrittura. Lo stile cercato si vede, emerge come un artificio, e a me non piace. Sono figlio dei russi dell'Ottocento e del primo Novecento».

Quanto crede che scrivere sia un impegno necessario di testimonianza nei confronti dei lettori?

«Non mi pongo mai questo problema, cerco di raccontare il meglio possibile la storia che viene a cercarmi. Quel che c'è o non c'è si trova dentro il romanzo. Se ad esempio parlo spesso della Seconda guerra mondiale e del periodo fascista, è perché sento di volerlo fare, perché fa parte della mia vita fin da quando sono bambino e mi appassiona, ma non per dovere. Cerco solo di rispettare la storia che sto scrivendo e i personaggi, e di offrire il romanzo al lettore togliendomi di torno».

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