"Dopo il Covid un'altra vita. Quella delle piccole cose"

Domenico de Robertis, assistente capo della polizia penitenziaria: "Ero perso, mi ha salvato Morricone"

«Come è cambiata la mia vita dopo che mi sono ammalato di Covid? Ho compreso fino in fondo l'importanza delle piccole cose. Quelle che diamo per scontate, quelle di tutti i giorni: prendere una boccata d'aria in santa pace, abbracciare i propri figli, parlare con un amico, un collega, guardandolo negli occhi, di persona, persino portare in giro il cane. Chissà, magari ci sentiamo immortali. Oppure semplicemente pensiamo: a me non capiterà mai. Ecco: dopo questa esperienza io non ragionerò più così, mai più .Ci sono delle linee di demarcazione, un prima e un dopo. E forse non tutto accade per caso».

Domenico de Robertis, cinquantunenne, sposato, padre di tre ragazzi di 19, 18 e 13 anni, una famiglia con cui vive a Tavazzano (Lodi) è assistente capo coordinatore nel carcere di San Vittore dall'aprile 1998. Arruolatosi volontario in Marina a 17 anni, sguardo diritto di quelli che non mentono, «Mimmo», come lo chiamano qui tutti nella casa circondariale di piazza Filangieri, è uno di quelli che in questi ambienti definiscono «operativo». È rimasto infatti contagiato dal Covid proprio durante la rivolta di San Vittore il 9 marzo, nel pieno dell'emergenza Coronavirus. Ufficialmente i detenuti devastarono completamente il carcere, lo misero a ferro e fuoco e salirono sul tetto per la sospensione dei colloqui con i familiari; in realtà i disordini furono una scusa per protestare contro le condizioni di vita in carcere. Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di sorveglianza dal 2016, quel giorno definì gli agenti della penitenziaria «eroici».

«Appena terminata la rivolta, dal punto di vista della salute, sono progressivamente peggiorato, giorno dopo giorno - racconta de Robertis -. Ho cominciato ad avvertire una forte spossatezza ed ero anche molto raffreddato. Subito ho minimizzato, pensando a un malanno stagionale. Quando però ho iniziato a perdere gusto e olfatto, beh, allora mi sono preoccupato. Una sera mentre stavo cenando non sentivo nulla, più nessun sapore, mi sembrava di mangiare del cartone. No, non avevo ancora la febbre, ma sapevo che quei sintomi erano tra i principali del Covid. Ho fatto il tampone negli ambulatori di San Vittore il 24 marzo. Il giorno dopo ho lavorato. La sera sono tornato a casa e avevo la febbre a 40. ho pensato a una influenza».

La mattina successiva de Robertis va dal medico di famiglia per il certificato di malattia. Ma, dopo avergli auscultato i polmoni la sua dottoressa, l'ottima diagnosta Giuseppina Orecchia, lo manda subito al pronto soccorso per una radiografia al torace. «Mi hanno individuato una polmonite interstiziale da Covid e una leggerissima dispnea. Il prelievo arterioso per controllare la quantità di ossigeno che avevo nel sangue però era okay, quindi sono stato rimandato a casa. La mattina del 26 è arrivato il referto del tampone: positivo».

«Inizialmente avevo il terrore di andare in ospedale perché sentivo i racconti di gente che da lì non tornava più a casa. Ho iniziato ad avere paura quando la saturazione, che misuravo con il saturimetro da casa, ha iniziato ad abbassarsi: arrivai a 92, il minimo era 94 quindi avrei già dovuto farmi ricoverare, come mi aveva detto il medico. Non ho detto nulla, fortunatamente poi sono migliorato».

Chiuso in camera da letto in isolamento totale per 40 giorni la vita di de Robertis cambia radicalmente. «Passavo tutto il tempo a guardare dalla finestra le pochissime persone che passavano di lì: abito nel Lodigiano, una delle zone più colpite dal contagio. Social, giochi, tivù, letture...Ma ho avuto anche momenti di sconforto. Mi sono commosso profondamente ascoltando il chitarrista Jacopo Mastrangelo che, da un terrazzo che affacciava su una piazza Navona deserta, suonava le note della colonna sonora di C'era una volta in America del grande Ennio Morricone...Struggente. In quei momenti non sapevo più cosa pensare».

Piano piano i sintomi del Covid passano. «Ho iniziato a fare i tamponi, solo che non riuscivo a negativizzarmi: ne ho fatti 8, erano tutti positivi. A fine aprile finalmente è arrivato quello negativo. Tuttavia, se ci fosse stato anche un minimo segno di polmonite interstiziale, nonostante l'assenza di sintomi e il tampone negativo, la mia quarantena non sarebbe ancora stata sciolta. E allora mi è crollato nuovamente il mondo addosso. Per fortuna la radiografia è andata bene».

Esito positivo il 4 maggio, il 5 de Robertis torna al lavoro a San Vittore. «È stato a dir poco meraviglioso rivedere tutti insieme i colleghi che non incontravo da quaranta giorni, riabbracciare (virtualmente, s'intende) gli amici, il comandante Manuela Federico e il direttore del carcere Giacinto Siciliano» conclude de Robertis. Che, già impegnato a donare il plasma, da allora non ha mai più tolto la mascherina.

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