Ritratti di orrore e sangue Scatti sulla guerra in Siria

Trenta clic sul conflitto in Medio Oriente in mostra da domani all'ex fornace Gola sul Naviglio Pavese

Giovanni Masini

Sono foto che colpiscono come un pugno allo stomaco, quelle esposte nella mostra «Nome in codice: Caesar», in programma all'ex Fornace Gola, sul Naviglio Pavese, dal 2 all'8 marzo. Ritraggono tutta la violenza della guerra civile siriana, nel modo più agghiacciante: diffondendo le immagini delle torture praticate nelle carceri governative della Siria, ottenute attraverso la testimonianza di un disertore dell'esercito di Bashar al Assad. Cadaveri mutilati, corpi martoriati, occhi cavati dalle orbite: macabri protagonisti di queste immagini crudissime, ottenute di nascosto e a rischio della vita, che documentano l'orrore di ogni guerra e di ogni tortura.

La rassegna di trenta fotografie, già ospitata all'Onu a New York, al Parlamento Europeo e al MaXXi di Roma, arriva a Milano per iniziativa della rivista Zeppelin e dei missionari laici di Celim. È il lavoro di un ex fotografo dell'esercito di Damasco che nel 2013 abbandonò il proprio incarico e il Paese per diffondere i 53275 scatti che, pur nell'anonimato, lo hanno reso famoso: foto realizzate su commissione delle forze armate, che pretendevano una documentazione iconografica minuziosa da esibire come prova, eventualmente, di fronte ai tribunali militari.

Si tratta dunque di un racconto scioccante e inedito nel suo genere. Insieme alle immagini dei corpi, le foto ritraggono anche i documenti compilati per accompagnare i cadaveri, gli ordini esecutivi impartiti per stilare falsi certificati di morte e cancellare le generalità delle vittime dall'anagrafe. Nei primi cinque anni di guerra civile si stima che i siriani incarcerati per motivi politici siano 65mila, mentre i morti sotto le torture, secondo i numeri di Amnesty International, sarebbero più di 17mila.

Lo stesso Assad ha però messo in dubbio a più riprese l'autenticità delle foto di «Caesar», parlando di «insinuazioni senza prove» e raccogliendo la solidarietà degli alleati del regime di Damasco. Nel 2011, il presidente siriano ammise parzialmente che nelle carceri del regime vi fossero state violazioni dei diritti umani, ma attribuendole delle forze armate e dei servizi di intelligence fuori dal suo controllo.

Tuttavia, la testimonianza di «Caesar» è stata inclusa nel Rapporto della commissione d'inchiesta sulla Siria dell'Onu ed è considerata a livello globale come una delle testimonianze più rilevanti sulla sistematica violazione dei diritti umani in Siria. La mostra, con ingresso gratuito, sarà accompagnata da diversi eventi culturali d'informazione sul conflitto che da anni insanguina il Paese mediorientale: rappresentazioni cinematografiche e teatrali, dibattiti e la presentazione del libro «La Macchina della morte» di Dorothèe Camille Garance La Caisne, che raccoglie e pubblica la testimonianza di «Caesar».

In occasione dell'evento inaugurale, venerdì alle 19, interverrà anche Mazzn Alhummada, sopravvissuto alle carceri siriane ed attivista per i diritti umani. Il suo racconto guiderà i visitatori in un viaggio nel male tanto impressionante da spingere l'ex procuratore del tribunale Onu per i crimini di guerra in Sierra Leone, Desmond De Silva, a paragonare le foto di questa mostra a quelle scattate di nascosto nei campi di concentramento nazisti. Quello che è certo è che questi anni di guerra civile hanno segnato un olocausto nella storia moderna della Siria. Così come è certo che nessuno, sinora, ha ancora pagato per i crimini documentati negli scatti di «Caesar».

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