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"Coordinamento e solidarietà": ma dopo il piano tedesco sul gas l'Europa è spaccata

Sul prezzo del gas la Germania va da sola e l'Europa è in subbuglio. Lindner chiude alla proposta Breton-Gentiloni

"Coordinamento e solidarietà": ma dopo il piano tedesco sul gas l'Europa è spaccata

Olaf Scholz ha sparigliato le carte in Europa annunciando il maxi-piano da 200 miliardi di euro con cui la Germania vuole reagire sul fronte interno alla crisi energetica dei prezzi del gas. E ha suscitato l'irritazione di Mario Draghi da un lato e un subbuglio nella Commissione Europea. Salta sul fronte della risposta energetica l'asse franco-tedesco, si ricompone il duo Paolo Gentiloni-Thierry Breton già operativo ai tempi della crisi del Covid, torna al centro del mirino la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel duplice e difficile ruolo di massima carica politica dell'Unione Europea e figura di spicco della politica tedesca,

"Solo una risposta europea può proteggere la nostra industria e i cittadini", hanno scritto lunedì Paolo Gentiloni e Thierry Breton, che in un intervento pubblicato oggi sulla Frankfurter Allegemeine Zeitung criticavano il piano da 200 miliardi lanciato dalla Germania per frenare il prezzo del gas. "Oggi più che mai dobbiamo evitare di alterare la competizione sul mercato interno", è il monito che preme tanto a Breton, che di mercato interno e industria ha le deleghe, quanto a Gentiloni, titolare degli Affari Economici.

Ursula von der Leyen nel frattempo parla con tutti, da Scholz a Emmanuel Macron, prova a ricucire le posizioni ma si trova in una posizione di palese imbarazzo che chiama, come conseguenza, l'inefficienza. E dunque in cattedra salgono Gentiloni e Breton, anche per dominante interesse dei rispettivi Paesi, Italia e Francia. "Coordinamento e solidarietà" sono i due princìpi chiave contenuti in una lettera che La Stampa ha visionato e che Breton ha inviato ai governi dei Ventisette cercando di quadrare il cerchio della tutela del mercato interno sull'energia: sì a una corsa a step graduali verso un tetto energetico da decidersi soprattutto sul mercato del primo derivato, l'elettricità, no a strappi come quello tedesco ma attenzione anche a temi cari alla Germania e a falchi interni alla Commissione come il vicepresidente Valdis Dombrovskis, primo fra tutti il controllo del debito.

"Resteremo vigili per mantenere la parità di condizioni - scrive Breton nella lettera visionata dal quotidiano torinese - "in particolare per chi ha meno margini di manovra nel proprio bilancio. È fondamentale agire in modo collegiale e trasparente gli uni verso gli altri perché un problema in un anello della catena di approvvigionamento può avere ripercussioni sull'intero mercato unico". Varato il piano RePower Eu per potenziare la risposta comune alla crisi energetica, Breton assieme a Gentiloni ha proposto una versione aggiornata del modello Sure, lo schema europeo di cassa integrazione anti-Covid che potrebbe aprire a prestiti mirati alla difesa del sistema energetico. Ai tempi di inizio pandemia Angela Merkel trovò la mediazione tra le proposte di Giuseppe Conte, Emmanuel Macron e Pedro Sanchez e il muro dell'Olanda di Mark Rutte per aprire a una risposta comune europea, oggi invece la Germania di Olaf Scholz rifiuta la solidarietà europea e vuole tirare dritto anche e soprattutto per le prese di posizione del Ministro delle Finanze, il liberale Christian Lindner.

Lindner non ritiene che il modello Sure possa essere ripetuto per fronteggiare l'attuale crisi dei prezzi dell'energia e lo ha dichiarato apertamente arrivando all'Ecofin in Lussemburgo. "La Germania - continua Lindner - è pronta a discutere" altri strumenti, ma "questa crisi è diversa" dalle precedenti, perché "abbiamo a che fare con uno choc sul lato dell'offerta", al quale si reagisce "espandendo l'offerta e agendo insieme", non con uno shock di domanda simmetrico come quello del Covid che apriva alle spinte nazionali sul debito e la spesa pubblica per sostenere i posti di lavoro in via di deterioramento. La presa di posizione di Lindner, che ricordiamo freme perché Berlino torni al vincolo del massimo deficit allo 0,35% nel 2023, tradisce nervosismo e anche una difficile propensione di Berlino alla mediazione rispetto al passato: è infatti poco sensato che quella energetica non sia una crisi tanto di domanda che di offerta. Di offerta, ovviamente, perché la carenza del gas russo impatta negativamente sui mercati, ma anche di domanda per le conseguenze recessive a cascata su industria e posti di lavoro.

E la risposta tedesca è a tutti gli effetti un sostegno alla domanda, dato che sul fronte dell'offerta si sta lavorando cambiando il mix energetico: dalla sterilizzazione delle nuove tasse ai sussidi alle imprese in crisi, la spesa pubblica diretta o mediata dai fondi a disposizione del governo gioca un ruolo chiave. Questo impone la difficoltà di pensare come fattibile il "keynesismo in un solo Paese" e a termine che Berlino vuole proporre. Durante il Covid il paradigma keynesiano del ritorno alla spesa pubblica in funzione anti-recessiva ha avuto discreto successo perché coordinato assieme al "bazooka" europeo. In questo caso, però, se in Unione Europea un Paese espande la propria domanda interna mentre gli altri non lo fanno a causa dei timori sul bilancio o dei margini di manovra ristretti finirebbe per non ottenere l'agognata ripresa economica, scaricando al contempo inflazione, squilibri nei saldi commerciali esteri e distorsioni alla bilancia dei pagamenti nel resto del Vecchio Continente. E essendo l'inflazione determinata proprio, in larga parte, da quei prezzi del gas che Berlino vuole abbattere sul fronte interno non curandosi del livello europeo si capisce il nervosismo di chi come Italia e Francia teme le fughe in avanti della Germania. Manca il coordinamento e scarseggia la solidarietà: e questo di fronte all'inverno che incombe è una brutta notizia per l'Europa.

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