C’è un nuovo Eros Ramazzotti in città, anzi nel mondo. E si capisce proprio ascoltandolo all’estero, dove di solito i nostri cantanti attirano soltanto italiani. Invece qui, mercoledì 4 marzo, alla Royal Arena, lussuoso palasport di Copenhagen, tra i dodicimila spettatori gli italiani sono una minoranza del concerto inserito nel “Una Storia Importante World Tour”, finora 71 date in 30 paesi per un totale di 715mila biglietti venduti con l’obiettivo di arrivare a un milione entro il 2027.
“Ciao come stai” chiede una signora con impeccabile accento nostrano nonostante sia danese dalla nascita: “La nostra lingua all’estero non la parla nessuno, per farmi capire ho scelto l’italiano”. Lei, come tutti, salta di gioia quando inizia “Quanto amore sei” e subito dopo “Un cuore con le ali”. Il palco di Ramazzotti ha la forma stilizzata di uno scorpione (oppure, più raffinatamente, di una elica del Dna) ed è un’alternanza di discese e risalite che, come spiega lui, “sono faticosissime”. Ma è un dettaglio che i nove musicisti, le tre coriste e lui, Eros, tredici in totale, accettano volentieri se non altro perché la risposta della platea è entusiasmante fino alla fine, entusiasmante per quelli che sono gli standard del Nord Europa, dove la reazione del pubblico generalmente rimane compresa tra l’educata indifferenza e pacato calore. Invece stavolta ci sono state ovazioni e corse al selfie quando (più volte) Ramazzotti è sceso dal palco avvicinandosi agli spettatori e questo è un buon segnale per un ragazzo, come si sa, “nato ai bordi di periferia”, che dopo oltre quarant’anni di carriera accende ancora così tanto entusiasmo.
C’è un nuovo Eros nel mondo che porta in giro un concerto suonato per davvero, con un mega palco e 260 metri quadri di schermi, e che per fortuna dice quanto praticamente tutti si aspettano. E cioè: “La musica deve essere questa, senza basi, senza autotune, senza niente, giusto qualche espediente tecnologico (in termini tecnici, il “click” – ndr) per sincronizzare strumenti, luci e video”.
Forse per questo lo show di Ramazzotti alla Royal Arena di Copenhagen è sembrato probabilmente uno dei suoi migliori di sempre, oltre a essere un bel biglietto da visita dell’Italia musicale nel mondo. Focalizzato. Empatico. Divertente. Con omaggi a Lucio Dalla (nel giorno del suo compleanno) e a Bob Marley.
E la sorpresa è stata l’arrivo di Max Pezzali, proprio lui, qui sul palco, a cantare un brano che uscirà come singolo la prossima settimana (il 13 marzo). “”Come nei film” unisce i nostri due mondi – spiega Pezzali prima di entrare in scena – c’è quello di Eros ma anche il mio, legato al racconto degli amici e alla celebrazione del passato”. Insomma un concerto che esalta il valore aggiunto della musica italiana all’estero, ossia quello di raccontare “un mondo diverso” (come dal testo di “Terra promessa”, il primo successo di Ramazzotti nel 1984), un mondo lontano dai soliti clichè di “pizza e mandolino” ma rappresenta un’identità musicale dalla quale è difficile uscire. Ed è per questo che oggi Eros Ramazzotti, lanciato proprio dal Festival di Sanremo a metà degli anni Ottanta, resta uno dei nostri più credibili ambasciatori. Perciò ci sta un suo commento sul vincitore dell’ultima edizione, Sal Da Vinci: “Lo conosco bene, l’ho chiamato nella Nazionale Cantanti già nel periodo 1995/1998, il suo brano “Per sempre sì” non è male, è sullo stile di “Se bruciasse la città”, ma forse l’arrangiamento è troppo vintage, guarda al passato e diciamo che al Festival hanno partecipato canzoni più belle, ad esempio quelle di Sayf o di Serena Brancale, con la quale ho già registrato un duetto che chissà quando sarà pubblicato”.
Ramazzotti, che è tonico e allenatissimo, non usa giri di parole: “Anche io, come tutto il pubblico, vivo questi concerti come una parentesi tra quello che capita nel mondo e ciò che ci piacerebbe. Noi siamo quello che vorrebbe vivere la gente, ossia il divertimento, mentre fuori buttano bombe come se niente fosse”. Non a caso, “la musica è una delle cose che unisce di più a tutti i livelli, altro che la politica”. Su questo ha parole molto chiare, parlando poco prima di salire sul palco: “Sta scoppiando la terza guerra mondiale ma in pubblico non si può neanche dire “viva la pace”, ci sono due figure che stanno destabilizzando 8 miliardi di persone, questa non è politica, è disumanità” dice spiegando perché sul palco c’è, appunto, il segno della pace. E proprio per questo, oggi più di prima, le “parentesi” dei concerti hanno un significato vitale. Quelli di Ramazzotti passeranno anche in Italia, ovviamente: sette stadi, tra i quali Bari, Udine e Napoli già esauriti e quello di Milano vicino a esserlo (9 giugno). “Quando avevo 15/16 anni suonavo blues, mi piacerebbe fare un disco di blues” dice lui che durante il soundcheck si era scatenato in un lungo assolo di chitarra. “Ma ormai i tempi sono cambiati e una bella canzone non ha l’impatto di 20 o 30 anni fa”.