Human Right Watch, una delle organizzazioni non governative internazionali più influenti dedicate alla difesa e alla promozione dei diritti umani nel mondo, ha rilasciato il nuovo rapporto per il 2025 e puntato il dito contro l’Italia per le sue politiche di contrasto all’immigrazione. In apertura scrive che l’Italia “ha adottato un approccio repressivo nel controllo della migrazione, detenendo in Albania persone in attesa di rimpatrio e ostacolando le operazioni umanitarie di soccorso in mare”. Si tratta di accuse molto forti, mosse da una organizzazione internazionale nei confronti di un governo, che ricalcano quasi integralmente le rimostranze che le Ong del Mediterraneo, operanti ormai quasi alla stregua di organismi politici di opposizione, muovono all’esecutivo. Nel rapporto, per cause di convenienza, si ignora l’elemento chiave della legittimazione al metodo italiano dall’Unione europea tramite il nuovo patto per le migrazioni, che di fatto supera l’ostacolo legislativo precedente, dimostratosi inadeguato a far fronte alla nuova emergenza.
Nel suo rapporto, inoltre, l’Hrw scrive che “il governo ha reagito con durezza alle raccomandazione formulata a maggio dalla Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri) di condurre uno studio indipendente sulla profilazione razziale tra le forze dell’ordine”. Va specificato che l’Ecri, sebbene il suo nome possa creare confusione perché include al suo interno la locuzione “Commissione europea”, non ha nulla a che vedere con l’organo istituzionale ufficiale di Bruxelles ma è parte del Consiglio d’Europa, un'organizzazione internazionale separata dall'Unione Europea che non ha valore di legge ma offre opinioni politiche. Per i suoi rapporti, l’Ecri non si limita a consultare i dati ufficiali forniti dai ministeri, ma ascolta i sindacati, le associazioni di categoria e, soprattutto, le Ong locali, il che pone le basi per una lettura inevitabilmente politica considerando la postura delle stesse nei confronti dell’esecutivo.
Nel suo rapporto, l’Hrw fa un lungo elenco di quelle che sarebbero state le violazioni dell’Italia nel corso dell’ultimo anno e nel paragrafo dedicato a “discriminazione e intolleranza” inserisce anche i controlli effettuati nelle zone rosse istituite nel Paese per migliorare la sicurezza delle città. “Nei primi sette mesi dell’anno il 42% delle persone fermate dalla polizia nelle cosiddette ‘zone rosse’ urbane e il 76% di quelle successivamente sottoposte a misure di allontanamento erano di nazionalità straniera, sebbene gli stranieri rappresentino solo il 9% della popolazione residente in Italia”, si legge nel rapporto. Sebbene si cerchi di collocare questi numeri in un contesto di profilazione razziale da parte del governo, in realtà le statistiche sono molto più sincere di quanto non si voglia far percepire: dati alla mano emerge che il 58% delle persone controllate sono di nazionalità italiana, quindi la maggior parte, e che la maggior parte degli stranieri che sono stati sottoposti a controlli hanno subito provvedimento.
Cosa significa? Significa che le forze dell’ordine hanno individuato con elevata accuratezza i soggetti da sottoporre a controllo, non che hanno fermato a caso i soggetti per la loro nazionalità. Hrw pone l’accento sul fatto che gli stranieri in Italia siano solo il 9% ma dati alla mano, nelle statistiche dei reati, su determinate categorie sono sovrarappresentati. È la distorsione che viene spesso adottata per costruire una narrazione colpevolista, puntando tutto sulla profilazione razziale (bias) ma ignorando la profilazione criminale, sulla quale le forze dell’ordine hanno maturato esperienza. Se in certe zone e per certi reati di strada esiste una sovrarappresentazione di stranieri, ignorarlo per correttezza politica significherebbe rinunciare alla sicurezza urbana.