C'era poco da festeggiare ma fu una festa...Era domenica 2 dicembre del 1973 quando Milano si svegliò all'improvviso in silenzio, a motori spenti, senz'auto. Era la prima domenica di «austerity» che portò sulle vie della circonvallazione, nei quartieri, in centro un popolo stranito e ma anche divertito che si muoveva a piedi, in bici, sui pattini, a cavallo, su improbabili carrozze rispolverate chissà dove. Di necessità si fece virtù in risposta alla crisi petrolifera causata dalla guerra del Kippur scoppiata dopo che l'esercito egiziano e quello siriano attaccarono Israele per sottrarre al controllo i territori conquistati durante la guerra dei sei giorni del 1967. Anche allora gli Usa intervennero a sostegno di Israele provocando la reazione dei Paesi Arabi produttori di petrolio che decisero di chiudere i rubinetti all'Occidente, facendo schizzare il prezzo del greggio alle stelle e costringendo governi e famiglie a cambiare abitudini in poche settimane.
E si cominciò proprio di domenica. Quel giorno fu quasi una festa. I milanesi in una mattinata riscoprirono il piacere di passeggiare, di pedalare, di correre per le strade, di andare in pasticceria a far colazione, in edicola a comprare il giornale o a vedere la partita a San Siro, che allora aveva un anello in meno di oggi, lasciando l'auto in garage. «Si ripresero la città» come va di moda dire adesso, che sembrava strano ma, come tutte le cose nuove, metteva di buon umore. Non durò molto.
L'allora presidente del consiglio Mariano Rumor con il benestare della Dc, del Partito socialista, dei socialdemocratici e dei Repubblicani varò un decreto con una serie di misure di contenimento dei consumi da «lacrime e sangue». Il divieto di circolazione ai mezzi motorizzati in tutti i giorni festivi con multe da centomila lire a un milione per chi «sgarrava», la chiusura dei distributori di benzina che intanto era lievitata da 150 a 200 lire al litro dalle 12 del giorno precedente la festività sino alle 24 del giorno dopo, la chiusura anticipata di negozi e uffici pubblici: i primi alle ore 19, i secondi alle ore 17.30. Anche bar, ristoranti e locali pubblici erano obbligati a chiudere alle 24, mentre cinema, teatri e locali potevano rimanere aperti fino alle 22.45. E poi la Tv: la Rai (allora c'erano solo la RaiUno e Raidue) avrebbe dovuto terminare la sua programmazione entro le 22.45, non un minuto di più.
E infine il governo imponeva a tutti i Comuni la riduzione del 40% dell'illuminazione pubblica, mentre le scritte o le insegne luminose delle vetrine di negozi e altri locali pubblici dovevano restare spente. Da un giorno all'altro i milanesi si trovarono a fare i conti con un'altra città. E, sempre in un attimo, la gioia delle prime domeniche di austerity lasciò il posto alla difficoltà quotidiana di fare i conti con la crisi energetica. Si spense lentamente il centro, si spensero le insegne pubblicitarie al neon che in piazza del Duomo, sulla facciata di palazzo Carminati, facevano la réclame alle lavatrici Candy, al Cinzano, all'Aperol, all'amaro Sarti, al Vov e all' Idrolitina del cavalier Gazzoni e si spensero da corso Buenos Aires a via Meravigli a via Dante tutte le vie commerciali. Non solo.
La crisi mordeva e i trasporti ne pagavano il prezzo più alto tant'è che cominciarono a scarseggiare anche non solo la benzina, con code infinite di automobilisti in quei pochi distributori rimasti aperti, ma anche i generi alimentari che i supermercati dovettero razionare. Andò avanti così per quasi cinque mesi finchè nel marzo del 1974 fu introdotta prima la circolazione a targhe alterne e poi i divieti vennero revocati del tutto in occasione di Pasqua e Pasquetta.
C'era una volta l'austerity che cambiò (non poco) le abitudini dei milanesi, che consegnò loro una città diversa, che li mise di
fronte ad una società che non poteva più contare su un'energia a basso costo e che li costrinse a non poche rinunce.C'era una volta l'austerity e oggi potrebbe tornare. Così dice la cronaca e così ci ricorda la storia...