Non c’è ancora un movente per l’omicidio di Antonella Di Ielsi (50 anni) e Sara Di Vita (15 anni), morte dopo lo scorso Natale a Pietracatella (Campobasso) a causa dell’avvelenamento con la ricina, ma emergono nuovi dettagli che potrebbero fare la differenza nell’inchiesta che oggi vedrà i cosiddetti “accertamenti irripetibili” sul telefono cellulare di Alice (19 anni) che non era presente in casa nella cena con gli alimenti contaminati.
Avvelenamento in due fasi
Ricordando che, per adesso, a essere indagati sono cinque medici e un altro fascicolo è aperto contro ignoti, il Corriere della Sera scrive che oltre a un’eventuale premeditazione dell’omicidio, l’avvelenamento delle due donne potrebbe essere avvenuto in due momenti distinti e separati.
Infatti, secondo quanto raccolto dal quotidiano che ha sentito l’avvocato Pietro Terminiello, la difesa di uno dei medici sotto indagine, Antonella e Sara avrebbero potuto ingerire ricina sia il 23 dicembre (così pensano gli investigatori) ma anche successivamente, in pratica tre giorni dopo, il 26 dicembre. Il 27 dicembre madre e figlia si sono presentate in condizioni estremamente precarie al pronto soccorso dove avviene il ricovero e il decesso prima di Sara (28 dicembre) e poi della madre Antonella (29 dicembre).
Le flebo somministrate in casa
“Ho poi saputo che a Santo Stefano, i Di Vita chiamarono a casa un amico caro, un sanitario, per effettuare delle flebo a entrambe, dimesse il giorno prima ma che erano evidentemente disidratate”, spiega Terminiello. È questo un altro punto al vaglio degli inquirenti: chi ha somministrato le flebo alle due donne? Da dove sono state procurate? Quali sostanze contenevano?
Quando parla di dimissioni, si riferisce ovviamente alla prima volta dopo l’avvelenamento da ricina, ovvero al 25 dicembre quando dopo essersi recate in pronto soccorso vengono dimesse poche ore dopo con la diagnosi di intossicazione alimentare.
Come detto prima, però, al vaglio degli inquirenti anche l'ipotesi della premeditazione: tracce del veleno sono state trovate anche nel corpo di Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime, ed è uno dei punti ancora all’oscuro: come si spiega anche la sua contaminazione? Probabilmente l’uomo è entrato in contatto con la ricina ma, per sua fortuna, in quantità così minime da non aver avuto un esito fatale come nel caso delle due donne.
Sono ancora numerosi i nodi da sciogliere per venire a capo di una vicenda che non ha ancora un movente.
“Con la mia collega Graziella De Rio sentiremo questa persona - non si sa se si tratta di medico o infermiere - in sede di indagine difensiva: la fonte di contaminazione può essere stata diversa dal cibo? Si tratta di una pista da seguire. Un fatto è comunque oramai acclarato: con quelle due morti i cinque medici non c’entrano niente”, conclude Terminiello.