L’abbraccio è lungo, silenzioso, carico di emozione. Ieri mattina, nella casa famiglia di Vasto, Pauline Birmingham e sua figlia Rachael hanno potuto rivedere i tre bambini allontanati lo scorso novembre dalla vita nei boschi di Palmoli. Nonna e zia, arrivate dall’Australia per conto della madre dei piccoli, hanno trascorso alcune ore con loro, parlando, osservandoli, accompagnandoli nel cortile dove hanno pedalato sulle biciclette della struttura. Un incontro intenso, che però non ha sciolto le preoccupazioni, anzi le ha acuite.
All’uscita, il volto di Pauline tradisce inquietudine. “I bambini sono cambiati”, dice. “Sembrano turbati da quello che hanno vissuto. Si sono ammalati. No, non torneranno più come prima”. Parole che pesano come un atto d’accusa e che aprono un nuovo fronte emotivo in una vicenda già delicatissima.
L’idea dell’affidamento
Pauline e Rachael Birmingham sono arrivate in Italia due giorni fa da Melbourne con un obiettivo preciso, tentare la strada dell’affidamento dei tre figli di Catherine ai nonni materni, con il supporto dell’ambasciata australiana. Un’ipotesi che, almeno inizialmente, sembrava concreta. Ma una volta sul posto, la prospettiva si è progressivamente indebolita.
I motivi sono almeno due. Il primo è la posizione del padre, Nathan Trevallion, che continua a ribadire la volontà di restare in Italia e di tornare, se possibile, alla vita nei boschi di Palmoli. Il secondo è di natura tecnica e giuridica, l’affidamento ai parenti è previsto dalla legge, ma solo dopo la conclusione del percorso di valutazione avviato dal Tribunale per i minorenni. Inoltre, i familiari devono dimostrare una netta discontinuità rispetto alle scelte educative e allo stile di vita dei genitori. Un requisito che, in questo caso, appare difficile da soddisfare, dal momento che l’intera famiglia di Catherine condivide e difende le decisioni prese dalla coppia anglo-australiana.
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La seconda perizia all’Aquila
Mentre a Vasto si consumava l’incontro tra nonna, zia e bambini, a L’Aquila si svolgeva un altro passaggio cruciale della vicenda. Nello studio della psichiatra Simona Ceccoli si è tenuta la seconda seduta di valutazione delle competenze genitoriali di Nathan e Catherine. Un incontro durato oltre tre ore, intenso, concluso con un lungo abbraccio tra i due coniugi, costretti ancora una volta a separarsi subito dopo.
Al termine, l’avvocato Marco Femminella, che assiste la coppia, ha sottolineato un cambiamento significativo nel clima del confronto: “Siamo andati oltre la semplice collaborazione. In questa fase si è instaurato un dialogo vero con la psichiatra. Avvertiamo attenzione, ascolto ed empatia”. Un segnale che la difesa legge come positivo, dopo mesi segnati da tensioni e incomprensioni.
“Tanto dolore inutile”
Già nei giorni scorsi Femminella aveva parlato di una sofferenza che, a suo dire, poteva essere evitata: “C’è stato tanto dolore inutile, ma alla fine la famiglia tornerà insieme”. Una convinzione che trova conferma, secondo la difesa, nell’approccio adottato dalla dottoressa Ceccoli, che avrebbe mostrato la volontà di comprendere il contesto di vita e il punto di vista dei genitori.
Anche la psicologa di parte, Martina Aiello, descrive una fase ancora preliminare ma orientata alla ricostruzione: “Stiamo lavorando sulla storia familiare nel suo complesso. Non sono stati ancora effettuati test individuali. I genitori sono determinati ad andare avanti”.
Le tensioni con i servizi sociali
Sul percorso di valutazione continuano però a pesare i contrasti con i servizi sociali e con la struttura protetta di Vasto. L’avvocato Femminella non nasconde l’irritazione per quella che considera una gestione inadeguata: “È un problema quando qualcuno non sa fare il proprio lavoro. Sapevamo già che l’ente di ambito da cui dipendono i servizi sociali non avrebbe risposto al nostro esposto contro l’assistente Veruska D’Angelo”.
Una presa di posizione netta, alla quale è seguita una controreplica altrettanto dura da parte dei difensori della cosiddetta “famiglia del bosco”. In una lettera formale viene ricordato come l’assistente sociale si sia «recata presso l’abitazione di persone perbene, mai pericolose o violente, pur consapevole della presenza di minori, accompagnata dalle forze dell’ordine». Un episodio che, secondo la difesa, avrebbe contribuito ad alimentare un clima di sfiducia e tensione.
Un futuro ancora sospeso
Tra appelli, perizie e contrapposizioni istituzionali, il destino dei tre bambini resta sospeso. Da una parte l’angoscia dei familiari materni, che li vedono cambiati e sofferenti; dall’altra la determinazione dei genitori a ricostruire la propria unità familiare e a difendere le proprie scelte di vita.
Nel mezzo, il tempo della giustizia minorile, che procede con cautela, consapevole che ogni decisione avrà
effetti profondi e irreversibili. E mentre adulti e istituzioni si confrontano, i bambini restano in attesa, al centro di una storia che continua a interrogare coscienze, responsabilità e confini tra tutela e libertà.