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Deliro rosso

"Uso della forza come arma di lotta". La lettera dai domiciliari dell'antagonista "Gigi"

Prosegue il tentativo di giustificarsi e deresponsabilizzarsi degli antagonisti di piazza dopo i fatti di Torino: così sperano di mantenere la saldatura delle frange

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In Italia si sta creando, e costruendo, una piattaforma che rivendica la violenza come strumento di lotta di piazza ma la percezione è che si stia sottovalutando la portata di questa situazione, riducendola a semplice “rabbia” giovanile. Non siamo di fronte a una generazione che confusa, come vorrebbero far credere alcuni, ma a un nucleo attivo che ne ha presa una molto precisa, lastricata di un'ideologia che fa del conflitto fisico il suo cardine identitario. E non servono le analisi per capirlo, perché sono gli stessi antagonisti, gli stessi membri di questa massa fluida a rivendicarlo, come si legge in una lettera scritta da “Gigi”, abruzzese, attualmente ai domiciliari.

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“Io sono uno dei violenti. O per lo meno di quelli che classificate come tali. Ma non perché lo sia, ma perché ho sempre pensato che l’uso della forza, come resistenza, e della conflittualità, siano armi di lotta. Inevitabili. Per cambiare realmente lo stato delle cose. E la storia delle lotte di emancipazione sta lì a confermarlo. Ma non sono un infiltrato, come tutte le baggianate che si sentono su Torino. Perché ho tanti fratelli e sorelle che pensano che la lotta si porta avanti anche così”, scrive Gigi nella lettera che in queste ore sta rimbalzando nella rete antagonista.

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Tal Gigi fa una propria analisi politica permeata di ideologia anti-governativa, sventola il fantasma dell’autoritarismo e sostiene che non è vero che “non gli fanno niente” ai manifestanti: riporta il suo esempio e quello di altri ai domiciliari per essere stati parte di una manifestazione. E se la prende pure con la sinistra parlamentare, che in questi giorni ha provato a tenere il piede in due scarpe sostenendo che con la violenza gli antagonisti danno pretesti al governo per la stretta autoritaria: “Chi sta foraggiando questa narrazione sta, più o meno inconsciamente, favorendo l’accelerazione di tale processo e, al tempo stesso, sta contribuendo a soffocare gli ultimi fuochi vivi di resistenza”.

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Da dopo Torino gli antagonisti stanno facendo quadrato ma soprattutto, stanno cercando strumenti di deresponsabilizzazione e giustificazione della loro violenza. È un tentativo, nemmeno velato, di convincere se stessi e gli altri che è giusto agire in questo modo, così da non disgregare la massa che hanno saldato in questi anni attorno all’antagonismo. L'autodifesa del militante "Gigi" non è che la punta dell'iceberg di un manifesto politico che non ammette mediazioni. In queste parole si legge chiaramente il rifiuto della democrazia rappresentativa e il ritorno a una concezione della lotta che sembrava sepolta sotto le macerie degli anni Settanta.

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