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"Il nichilismo domina la cultura. Per reazione io ritorno al mito"

Esce oggi il nuovo romanzo del grande scrittore Giuseppe Conte: "Il presente ha bisogno di senso e di sacro. Ma anche di storie memorabili"

"Il nichilismo domina la cultura. Per reazione io ritorno al mito"

Giuseppe Conte, poeta tra i maggiori della sua generazione, ha costruito un'opera cinquantennale che giunge oggi al romanzo Della stessa sostanza dei sogni. Monologhi del mito (Bompiani). Fondatore del Mitomodernismo, Premio Viareggio per la poesia, traduttore di Whitman, Shelley e D.H. Lawrence, Conte, anche colonna del Giornale, è inclassificabile: poeta che scrive romanzi, romanziere che pensa da poeta, saggista e viaggiatore che ha attraversato il mondo portando la parola come forma di resistenza spirituale. Il suo nuovo libro raccoglie ventisei voci della mitologia greca. Ciascuna parla in prima persona: da Gea, origine primordiale, fino a Pan, l'unico dio che muore. In mezzo ci sono Medusa, Calipso, Penelope e tante altre figure. Il filo conduttore è un senzatetto senza nome, un visionario che riceve le apparizioni in stati di dormiveglia febbricitante. Il titolo viene da Shakespeare (La tempesta): la letteratura, per Conte, non è documento del reale ma qualcosa che al reale si aggiunge.

Il protagonista del suo libro è un senzatetto senza nome. È lei stesso? È una figura mitica?

"Ha certamente un aspetto d'ombra, di fantasma mitico. Non nascondo però che la metafora del senzatetto mi si addice: non ho una casa ideologica dove vivere e cercare riparo. Rifuggo i dogmi. Sono sempre in movimento".

Nel libro ci sono 26 figure diverse, ognuna con una voce riconoscibile: Medusa arrabbiata e quasi volgare, Calipso malinconica, Pan esultante. Come ha trovato il timbro di ciascun personaggio?

"È stato un tour de force, perché volevo davvero dare a ognuno una voce sua. Si parte da Gea, che parla in un certo modo, e in mezzo ci sono tante figure che raccontano la loro storia. E quando le storie si intrecciano, ogni voce diventa anche una versione diversa degli eventi. Circe, Calipso e Penelope parlano di Ulisse in modo diversissimo, per voce e per visione".

Ha riscoperto il mito quando sembrava proibito farlo, nel pieno dell'egemonia marxista. Come è stato scegliere quella strada?

"Ho studiato alla Statale di Milano, e lì c'erano quattro o cinque ideologie che rinchiudevano l'uomo in una gabbia: lo strutturalismo, la semiologia, la psicoanalisi freudiana, il sociologismo marxista. Le ho conosciute tutte, mi ci sono immerso. Venivo dalla provincia ligure e ho fatto un corso accelerato di modernità. Ma quella cultura dell'analisi ingabbiava l'uomo. Quando ho riscoperto il desiderio di poesia, di bellezza, di eros, di tutto ciò che c'è di spirituale nell'anima del mondo sono tornato alle origini. Il mito cancellava tutto il resto per andare alle origini. È stata una specie di conversione: ero legato a una cultura analitico-materialista, poi ho capito che quella strada mi portava verso il nichilismo, il silenzio, il vuoto. Ho ripreso l'idea del mito come conoscenza delle origini, come valore religioso e spirituale. Parlavo di un'ecologia dello spirito quando il termine ecologia lo usavano solo in senso spicciolo. In quegli anni ero avversatissimo, venivo deriso. Ricordo certe conferenze a Bologna, con la gente che rideva. Ho resistito perché capivo di essere sulla strada giusta. E tanto più quella strada era giusta che oggi il mito è diventato di moda: escono decine di libri sull'argomento, lo trattano autori che allora mi tagliavano le gambe in tutti i modi. In qualche modo sono uno sconfitto che però ha vinto una battaglia spirituale".

Perché c'è questo bisogno di riportare il mito nel presente?

"Perché il presente ha bisogno di senso. Viviamo in un momento dominato da valori esclusivamente materiali ed economici. E quelli che oggi si chiamano valori fanno quasi ridere: i valori veri sono la realizzazione di sé, la felicità, la gioia, l'eros. Se ne sente la mancanza assoluta, e nel mito si trova tutto anche il male, anche la complessità, anche la polivalenza delle pulsioni dell'anima. L'animo umano non è rigido né monocromo. La politica ti fa credere il contrario, che tu sia di destra o di sinistra, nemico o alleato. Ma l'animo umano è ben più complesso".

Nel suo libro il sacro non sta nel tempio, ma sulla spiaggia, nel mare all'alba, nel corpo delle dee. Come lo distingue dal semplice sentimento estetico della natura?

"Nel mondo greco c'era una forma di immanenza per cui tutto era sacro agli occhi di un antico. L'uomo moderno ha vissuto una progressiva desacralizzazione negli anni della mia giovinezza c'era una vera campagna intellettuale in questo senso. Io credo che la risacralizzazione significhi riscoprire il senso della trascendenza. Tutto questo gli eroi del mito, le forze della natura porta verso il bisogno di un valore superiore. C'è anche un passaggio in cui il mio senzatetto entra in chiesa e fa una meditazione su Cristo, che rappresenta qualcosa di ulteriore rispetto al mito: richiede una forza etica superiore, la capacità del perdono. Io personalmente sono stato vicino a forme spirituali lontane dal cattolicesimo, ma in età più tarda ho fatto un incontro con la religione in cui sono nato".

Chi riceve le visioni nel libro è un senzatetto, ai margini, in stati di dormiveglia o febbre. Il sacro è inaccessibile ai normali?

"Forse significa che bisogna avere un'esperienza di perdita, di sofferenza, di lontananza dal potere. Però non credo che il sacro stia solo nelle periferie: il sacro è dappertutto".

Gea dice che il caos primordiale non è scomparso, è solo rimasto latente. Cos'è il caos?

"È ciò da cui il sacro ci salva. Il caos viene prima del principio della vita: è il buco nero, la materia informe, la cellula impazzita, ciò che non ha forma. C'è uno spirito inciso nell'uomo che si ribella al caos e vuole affermare la santità della vita. Un urlo di santità. Una richiesta di senso".

Il romanzo medio italiano propone il presente immediato, il quartiere, la famiglia, il trauma individuale. Perché lei fa esattamente il contrario?

"È una scelta di resistenza consapevole, ma è anche quello che so fare. Ho curato mia madre malata. Non mi è mai venuto in mente di raccontare le miserie della vecchiaia e della malattia. Non riesco a ripiegarmi sulle cose minime che poi minime non sono, perché nella vita vera sono tremende. Ma perché dovrebbero diventare letteratura? La letteratura vive di sofferenza ontologica, di sofferenza metafisica.

Non mi ritrovo nella letteratura contemporanea che va per la maggiore. Mi concilia un po' la letteratura di genere quando accetta il genere ed è scritta con attenzione allo stile. È lì che si rifugia qualche verità di riflessione sul mondo".

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