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No agli stipendi trasparenti, l’Inps oscura Brunetta

Le faccette vanno bene, gli stipendi in piazza molto meno. La rivoluzione «Brunetta» ha cambiato la vita quotidiana degli statali, qualcuno ha borbottato, molti si sono adeguati, altri hanno detto: finalmente. Ma quali sono stati finora gli effetti dell’operazione trasparenza messa in atto dal ministro della Pubblica amministrazione?
A sentire gli alti dirigenti pubblici, quando si tratta di monitorare quotidianamente e minuziosamente l’efficacia e la gentilezza del lavoro svolto dai colletti bianchi con il progetto Emoticon (le faccine da cliccare per giudicare il servizio dell’impiegato allo sportello), la campagna «mettiamoci la faccia» avrebbe una reale efficacia, come dichiara alla stampa il direttore centrale Inps Gregorio Tito. Ma l’atteggiamento entusiastico degli alti dirigenti per l’operazione del ministro Brunetta sembra subire un'inversione di tendenza quando a diventare trasparenti sono i dati relativi ai loro stipendi e redditi annui pubblicati sui siti degli istituti e accessibile a tutti i fruitori della rete. La faccia è una cosa, i conti in tasca sono un’altra. Non a tutti piace. E scattano le ritorsioni contro i ficcanaso. Il collega che spia gli stipendi altrui viene bacchettato.
I dirigenti pubblici, in particolare quelli della prima fascia dell’Inps, sembrano irrigidirsi fino al punto di ricorrere a sanzioni nei confronti del personale impiegatizio che osa consultare i dati che per legge sono alla portata di tutti. È il caso che si è verificato il 10 giugno, quando una dipendente di una sede del Sud Italia è andata a consultare la banca dati dove, tra gli altri, è presente anche il dato dello stipendio del dott. Ciro Toma - direttore generale Inps delle Risorse umane -, il quale si è affrettato a mandare nello stesso giorno, insieme con un provvedimento disciplinare nei confronti della donna, con relativo avvertimento di una pena di sospensione di dieci giorni, una comunicazione, ai capi e direttori delle agenzie Inps di tutta Italia, dall’oggetto: indebiti accessi alle banche dati dell'Istituto.
Il contenuto della comunicazione recita così: «Tale consultazione costituisce trasgressione comportamentale di oggettiva rilevanza disciplinare, aggravata dall’utilizzazione impropria (ovvero non propria allo svolgimento della propria mansione lavorativa) delle apparecchiature informatiche dell’Istituto, peraltro effettuata durante l’orario di servizio». La motivazione che viene addotta è perciò quella di «assenza di specifiche esigenze lavorative, specie con riferimento alla posizione anagrafica e contributiva del personale con qualifica dirigenziale».
Mentre la motivazione effettiva, secondo alcune fonti interne all’Istituto, sarebbe un’altra, ovvero l’effettiva non trasparenza dei dati, dalla cui pubblicazione è stata omessa la retribuzione complessiva degli alti dirigenti, dove manca la parte accessoria, la retribuzione di risultato (il cosiddetto premio), quella che invece il semplice impiegato può vedere sulla banca dati, mentre un qualsiasi cittadino esterno all’Istituto no. Questa, sempre secondo fonti interne, corrisponderebbe a una cifra di circa trentacinquemila euro per la prima fascia. A completare il quadro è il dato secondo cui, mentre i dirigenti hanno percepito gli incentivi dell’anno scorso, i dipendenti Inps non hanno visto ancora nulla. Il succo è questo: la base spia i capi e s’indigna. I capi si sentono spiati e si inquietano.
Quello della donna non è un caso isolato. Così dopo un mese la sede centrale dell’Inps ha delegato alle sedi locali il compito di incontrare i rispettivi dipendenti che hanno visto il valore reale del reddito annuo dei dirigenti di prima fascia. I nomi verranno segnalati alla sede centrale che delibererà sul verdetto.

Obiettivo: frenare la fuga di notizia. La trasparenza va bene, ma senza esagerare. I premi dei dirigenti non sono, a quanto pare, una notizia da dare in pasto al grande pubblico. A questo punto l’ultima parola spetta a Brunetta.

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