C' è un cadavere in salotto e tutti fingono di non vederlo. Il populismo, categoria che per un decennio ha ossessionato politologi, editorialisti e cancellerie europee, è clinicamente estinto come forza propulsiva. Sopravvive come insulto o spettro agitato dai suoi stessi avversari per non dover fare i conti con il vuoto che ha lasciato.
Facciamo i conti. Beppe Grillo è un uomo solo che litiga con il proprio partito via blog, residuo imbalsamato di una rivolta che non sa più contro cosa rivoltarsi. Giuseppe Conte gestisce il Movimento come un avvocato gestisce una successione difficile: senza passione, senza dottrina. In Francia Marine Le Pen ha vinto la rispettabilità e perso lo slancio, pagando il prezzo classico dell'istituzionalizzazione. In America Donald Trump ha fatto il bis, ma il secondo mandato somiglia più a una vendetta personale che a una rivoluzione: i mercati tremano, i fedelissimi si sfaldano, la visione (se mai c'è stata) si è dissolta nel rancore.
Il populismo era, nella sua versione più seria, una diagnosi prima ancora che una terapia. Diceva: le élite si sono disconnesse, la rappresentanza è fittizia, il ceto medio è stato tradito dalla globalizzazione e deriso dalla cultura dominante. Quella diagnosi era in larga parte corretta. Il problema è che nessun movimento populista ha saputo trasformarla in provvedimenti, in istituzioni, in eredità. Hanno vinto le elezioni e perso la storia.
Ora il campo è sgombro. E la tecnocrazia, quella stessa che il populismo aveva messo alle corde, si affretta a rientrare dalla finestra con abiti nuovi. Non più i burocrati di Bruxelles in giacca grigia, ma i tecnici benevoli (si fa per dire) dell'intelligenza artificiale, della transizione ecologica, del capitalismo di sorveglianza. Cambia il lessico, resta la sostanza: le decisioni importanti si prendono lontano dagli occhi degli elettori, in nome di necessità che non si discutono. La differenza rispetto al ciclo precedente è che oggi la tecnocrazia ha imparato la lezione comunicativa: parla di futuro, usa il tono caldo della promessa invece del freddo della norma, si presenta come soluzione invece che come vincolo. È più seducente. Ed è proprio per questo più insidiosa.
Il vero erede del movimento populista non è un partito. È il silenzio. Quella parte di elettorato che aveva creduto per un momento di contare qualcosa, e che ora si è ritirata non verso altri leader, ma verso il cinismo, la certezza sorda che non cambierà niente. È un'energia politica dissolta, non riciclata. E i sistemi politici che non sanno cosa farsene di quell'energia tendono, storicamente, a scoprirlo nel modo peggiore.
Ma c'è qualcosa di più sottile da osservare nel finale di questo ciclo. Il populismo, nelle sue forme mature, aveva cominciato a produrre qualcosa di simile a una cultura politica alternativa rozza, contraddittoria, spesso volgare, ma reale. Certi intellettuali dissidenti vi avevano intravisto la possibilità di un nuovo realismo politico, di una critica al liberalismo progressista condotta non dai margini accademici ma dalla pressione delle masse. Quella possibilità si è chiusa. Non perché i movimenti siano stati sconfitti (molti hanno governato) ma perché non hanno saputo pensarsi oltre la protesta. Mancava la teoria. Mancava la capacità di tradurre il risentimento in progetto, la negazione in proposta. Il populismo ha avuto i suoi tribuni ma non i suoi filosofi, i suoi comizi ma non i suoi libri fondativi (qualcuno sì, in realtà, lo trovate nell'altro articolo in queste pagine).
E ora? Le destre di governo europee, da Meloni a Orbán, con tutte le distanze del caso, si trovano in una posizione paradossale: hanno ereditato l'elettorato populista ma devono amministrare dentro i vincoli delle istituzioni che quel medesimo elettorato aveva indicato come nemiche. Il compromesso è inevitabile, ma produce una tensione che nessuna retorica della sovranità riesce a coprire per sempre. Prima o poi quella tensione si scarica o verso una radicalizzazione che brucia il capitale governativo acquisito, o verso una normalizzazione che svuota l'identità e disperde la base.
La questione che il populismo ha sollevato chi decide, per conto di chi, con quale legittimità non è andata da nessuna parte. È stata sepolta sotto l'urgenza delle crisi contingenti, sotto il rumore dei dazi e delle guerre, sotto la fatica di un'opinione pubblica sopraffatta dagli eventi. Ma le questioni politiche irrisolte non scompaiono: sedimentano.
E quando riemergeranno, perché riemergeranno, lo faranno probabilmente in forme che gli attuali strumenti d'analisi non sapranno riconoscere in tempo.Il populismo è morto. La questione che lo ha generato è intatta. E la prossima risposta a quella questione potrebbe non avere un nome rassicurante.