Appena in astronomia compare qualcosa che non rientra immediatamente nei modelli standard, scatta un riflesso automatico: si tira fuori la parola “mistero”. Titoli sul mistero, articoli sul mistero, misteriose comete che diventano astronavi, in ogni caso “mistero” acchiappa, soprattutto i like. “Mistero” è una parola comoda, dentro cui si può mettere di tutto, soprattutto ciò che non si capisce cosa si speri di trovarci. Non è usata scientificamente, è una proiezione: l’idea che dietro ciò che ancora non spieghiamo debba esserci per forza qualcosa di nascosto e radicalmente diverso, “inspiegabile” anziché non ancora spiegato (la seconda cosa per gli scienziati è normale).
Comunque, vado al sodo, nuovo “mistero”: è il caso dell’oggetto oscuro tornato a circolare in questi giorni sui media scientifici anglosassoni: una struttura invisibile, individuata solo tramite lente gravitazionale, con una massa stimata di circa un milione di volte quella del Sole. Il risultato osservativo è stato pubblicato nell’ottobre 2025 su Nature Astronomy, all’interno di uno studio peer-reviewed che descrive in dettaglio l’analisi della lente gravitazionale e la stima della massa dell’oggetto oscuro. Il lavoro non attribuisce un nome specifico all’oggetto (strano, di solito è la prima cosa che fanno, con nomi molto facili da ricordare che sembrano password della CIA), e non propone conclusioni definitive sulla sua natura, limitandosi a mostrare che la distribuzione di massa dedotta è difficile da riprodurre con i modelli standard di strutture di piccola scala.
A gennaio 2026, cioè pochi giorni fa, il Max Planck Institute for Astrophysics ha diffuso un comunicato di approfondimento sui risultati dello studio, chiarendo che l’oggetto rappresenta un caso limite per i modelli cosmologici attuali e sottolineando che sono necessarie ulteriori osservazioni per discriminare tra le diverse interpretazioni possibili. Il comunicato non annuncia nuove scoperte, ma esplicita l’incertezza interpretativa già presente nel lavoro scientifico originale.
In sintesi: non è un buco nero perché non emette luce rilevabile nelle bande ottiche, infrarosse o radio e non mostra segnali tipici di attività da buco nero, come emissioni X o getti. La sua esistenza è stata dedotta esclusivamente tramite lente gravitazionale, cioè attraverso la deformazione dello spazio-tempo prodotta da una massa che curva il percorso della luce proveniente da oggetti più lontani (è un effetto previsto dalla relatività generale di Einstein e verificato osservativamente da oltre un secolo, oggi usato come strumento di misura per individuare strutture altrimenti invisibili).
In questo caso non si è visto “qualcosa”, piuttosto, proprio per la lente gravitazionale, l’effetto di qualcosa che curva lo spazio-tempo in modo coerente con una massa dell’ordine di un milione di masse solari. Il punto interessante non è tanto la massa in sé, quanto la sua distribuzione. Nei modelli basati su materia oscura fredda, strutture di questa scala dovrebbero essere relativamente diffuse (per capirci, non un enorme blocco). Qui l’analisi suggerisce una concentrazione centrale più elevata del previsto, difficile da riprodurre con un semplice mini-alone di materia oscura.
Le interpretazioni discusse dagli autori restano prudenti (come è sempre la scienza prima di diventare una notizia generalista e poi un reel di ufologi o mistici spaziali su Instagram). La più conservativa ipotizza un piccolo alone di materia oscura particolarmente compatto (forse formatosi in condizioni iniziali non tipiche). Un’altra ipotesi è la presenza di un oggetto compatto centrale, come un buco nero di massa intermedia (anche se un milione di soli vi sembra tantissimo non lo è per un buco nero), circondato da una struttura troppo debole per essere osservata direttamente. Tuttavia in entrambi i casi mancano conferme elettromagnetiche dirette.
L’ipotesi forse più interessante è che si tratti di una classe di oggetti finora mai osservata direttamente: strutture oscure formatesi molto presto nella storia cosmica, che non hanno mai acceso stelle e che oggi risultano visibili solo attraverso i loro effetti gravitazionali (e alla potenza dei nuovi telescopi, se li avesse avuti Galileo oltre che processarlo li avrebbero rottamati come strumenti del diavolo). In questo scenario, l’oggetto non è “misterioso” in senso popolare, semplicemente nuovo dal punto di vista osservativo.
Per i misteriosisti e per gli appassionati di fisica dai facili entusiasmi chiarisco subito cosa questa scoperta non è. Non è la prova di una nuova forma di materia oscura. Non è la scoperta certa di un buco nero (nel caso interessante perché un enorme buco nero che non emette nulla non si era mai visto). Non è una rivoluzione della cosmologia. È un’anomalia ben misurata, statisticamente solida, e mostra quanto le tecniche di lente gravitazionale stiano iniziando a spingersi in territori che fino a pochi anni fa erano fuori portata.
Se ne riparla adesso non per nuovi dati, ma perché un comunicato (quello del Max Planck Institute for Astrophysics) ha reso esplicito ciò che nei lavori scientifici è spesso implicito: non abbiamo ancora un modello che spieghi tutto in modo pulito. È una condizione normale nella scienza reale, meno drammatica dei titoli, e più interessante di qualunque “mistero cosmico” campato per aria.
E in ogni caso, quando capiremo davvero che cos’è, state tranquilli: non sarà niente di salvifico per noi, come la storia di ogni scoperta da Galileo in poi ha confermato (con Darwin è arrivata la mazzata finale), smantellando qualsiasi illusione meglio di Giacomo Leopardi, il quale alla fine, esistenzialmente, aveva comunque già sintetizzato bene la condizione umana, in una frase: “tutto è nulla, solido nulla”.