
Dal nostro inviato a Venezia
A Venezia, il regista ungherese László Nemes mette l'Europa davanti allo specchio. Non è la prima volta che lo fa. Il suo Figlio di Saul (2015) si era imposto come un capolavoro facendo man bassa di premi: Grand Prix speciale della Giuria a Cannes, Golden Globe e Oscar per il miglior film straniero. In 132 minuti, girati in pellicola, il nuovo Orphan stringe (solo all'apparenza) l'inquadratura sul dopoguerra magiaro e sul modo in cui la menzogna di Stato si fa menzogna privata.
Siamo a Budapest nel 1957, un anno dopo la rivolta soffocata dai carri armati sovietici. Andor è un ragazzino ebreo cresciuto da una madre che ha dovuto fabbricare un mito per sopravvivere. Ha raccontato al figlio di un padre idealizzato, perduto nei lager. Quando alla porta si presenta un uomo che dice di essere il vero padre, la favola si incrina e la casa diventa un inferno. Il sedicente padre è un macellaio mostruoso, gigantesco, volgare e violento. Non vuole bene a nessuno. A parte il figlio. L'orco è interpretato dall'attore Grégory Gadebois, che si candida alla Coppa Volpi. È sufficiente il suo respiro pesante per trasmettere paura e senso di minaccia. Andor (Bojtorján Barábas, bravissimo) rifiuta l'orco cattivo, e ne succedono di ogni colore. Poi c'è una sotto-trama, perfettamente intrecciata, che riguarda la caccia ai ragazzi ribelli al regime e una misteriosa pistola. Dice Nemes ai giornalisti: "È la storia di mio padre, che ha vissuto con una fantasia, prima di arrendersi all'evidenza. Ma quei traumi sono i traumi, credo, del XX secolo in Europa". Il regista lavora per prossimità: corridoi, porte socchiuse, sottoscala, mansarde soffocanti, strade ingombre di macerie. Non cerca la grande scena storica. Il suo cinema è rumore di passi, una mano che stringe un oggetto, un silenzio più esplicativo di un comizio, una rumorosa assenza (o quasi) di colonna sonora. L'aria è quella della repressione della eroica rivolta del 1956, quando Budapest insorse per chiedere un socialismo dal volto più umano, ottenendo una battaglia a mani nude contro i carri armati sovietici. Nelle strade vediamo ritratti di Kádár, presidente dal 1956 al 1988, la lista dei nomi dei rivoluzionari ricercati o messi al bando. Duecentomila ungheresi fuggirono. Agli altri toccarono processi, internamenti, esecuzioni. Come nella migliore tradizione comunista, non mancano gli abusi della polizia politica, le spie di condominio, la burocrazia corrotta, i controlli infiniti, i traditori ben remunerati. Non manca il disprezzo per gli ebrei: il nazismo è passato ma anche al comunismo non piace la kippah. Questo è il contesto politico e morale in cui il film respira.
Nemes lascia che lo spettatore avverta la somiglianza fra racconto ufficiale e racconto domestico. La bugia pubblica chiama la bugia privata: per sopravvivere, per crescere un figlio, per salvare un parente. È qui che Orphan tira fuori le unghie. Il male non ha bisogno di slogan. È sufficiente un regime che ti entra in casa di notte senza una motivazione legale o un uomo che ti entra in casa e pretende autorità sul corpo e sulla memoria altrui. La violenza e la tortura del regime non sono diversi dalla violenza e dalla tortura imposte dal macellaio ai suoi cari (si fa per dire). In strada ma anche in casa si accetta, o ci si rassegna, al terrore e alla menzogna. Ai ribelli tocca l'esilio, se va bene, o un proiettile alla nuca.
Orphan costringe lo spettatore a guardare il passato ma il pensiero vola subito al presente. L'Ungheria del 1957 appare stranamente in sintonia con quello che viviamo quotidianamente. I regimi impongono ancora le stesse dinamiche: soffocare la rivolta, imporre la verità di Stato, riscrivere la genealogia del dolore. Quest'ultimo tema, da solo, permette di capire meglio cosa accade in Medio Oriente e quale sia la tragedia dalla quale non può, e forse neanche vuole, uscire.
C'è una frase che condensa il paradosso morale in cui si dibatte una parte dell'Occidente. Quando il figlio, colmo di rancore verso l'orco, confessa alla madre il proprio disprezzo, lei lo gela: "Più lo odi, più diventi come lui". È un piccolo manifesto politico. Usare le stesse armi dell'oppressore significa perpetuare l'abuso. Così Orphan, pur girato in prevalenza dentro un appartamento, parla di Storia: mostra come il seme dell'odio, se coltivato, trasformi la vittima in duplicato del carnefice. Si forma così una catena potenzialmente infinita, anche se è ben chiaro, nel film, che è il comunismo ad aver stretto il primo anello. Ma anche questo tema si presta a una riflessione sul presente, dove grandi tragedie vengono utilizzate strumentalmente o addirittura per mascherare un odio atavico per una delle parti. E quante famiglie, quanti bambini sono inghiottiti da questo gorgo?
Questa la risposta di Nemes a chi gli chiede la sua posizione sull'appello pro Palestina circolato nei giorni scorsi a Venezia: "Io non voglio
controllare né manipolare il pubblico. Penso che il cinema sia politico, nel senso che può indurci a comunicare, nella differenza di posizioni. Penso sia qualcosa di utile a tutti, alla nostra civiltà fondata sull'umanesimo".