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Padiglione russo innocuo. Tanto strepito per nulla

Folla all'apertura. Dentro una riflessione sull'uomo e il sacro

Padiglione russo innocuo. Tanto strepito per nulla
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nostro inviato a Venezia

Dopo mesi di polemiche, veleni, retroscena e istruttorie finalmente alla Biennale di Venezia apre il Padiglione russo. Lo vedrà solo chi è accreditato per la preview. Sabato chiuderà.

La curiosità è tanta. Alle dieci di mattina, già bisogna sgomitare per entrare. Se non ci fosse stata polemica, difficilmente si sarebbe fermata tanta gente. Tranne forse gli attivisti. Fuori dal Padiglione infatti si prepara la Biennale delle proteste. Oggi i contestatori scenderanno in campo con l'iniziativa "Dai margini dell'Impero alla laguna aperta".

All'interno del Padiglione parte subito la performance di un gruppo vocale che registra brani da mandare poi in loop per tutta la durata della manifestazione. A porte chiuse, quindi. Da fuori, il pubblico sentirà la musica e potrà intravedere l'albero simbolo del Padiglione.

Il titolo, L'albero ha radici nel cielo, evoca una celebre citazione di Simone Weil tratta da La persona e il sacro. La frase significa che l'energia vitale, la luce e la grazia discendono dall'alto, fornendo la forza per radicare profondamente l'albero (e l'uomo) alla terra. Nel Padiglione torna ripetutamente il tema chiave, con installazioni e video (ce n'è uno spiritoso dove viene intervistato un cavallo). Valeva la pena di scatenare il pandemonio, appannare l'immagine della Biennale, isolare il suo presidente, alimentare settimane di fibrillazione politica e mediatica? Domanda retorica. Non ne valeva la pena. Buttafuoco ne esce comunque bene: la pratica non è ancora chiusa, gli accertamenti proseguono, ma il presidente ha resistito alle pressioni e non ha ceduto alla tentazione della scorciatoia ideologica. In ogni caso, se la faida proseguirà, e a Roma c'è chi aspetta solo il momento buono per tornare all'attacco, Buttafuoco si metterà al petto la medaglia per la comprovata indipendenza dal governo. Gli accertamenti si potevano condurre in silenzio. Con discrezione istituzionale, come si usava un tempo. Invece si è scelto la strada opposta: la fuga di notizie, il tam-tam mediatico, la conta dei fedeli e degli infedeli (a Fratelli d'Italia).

Il risultato è che la Biennale ha guadagnato settimane di cattiva stampa per un padiglione che, alla fine, è innocuo. Ma non indifferente: il sacro, dalle nostre parti, non sappiamo più cosa sia. La proposta del Padiglione russo è da meditare. Calma. Non siamo ingenui. La proposta viene da un Paese impegnato in una guerra d'aggressione che non ha niente di sacro. Le riflessioni alate ed elevate non interesseranno agli ucraini colpiti dai missili russi. I dissidenti in Russia finiscono in galera (eredità sovietica). Tutto vero e non ce lo dimentichiamo. Il Padiglione risulta un po' lunare, proprio perché evita ogni accenno alla attualità.

Detto questo: in una democrazia liberale, le colpe di uno Stato non possono ricadere sugli artisti. Si può polemizzare sulla presenza russa, essere pro o contro, ma il Padiglione merita di essere giudicato per quello che è.

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