"Tra pandemia e guerra. Zona bianca fa 100 grazie al nostro pubblico"

Il conduttore, da oltre 30 anni in Mediaset, spiega il successo: "Pluralità e moderazione"

"Tra pandemia e guerra. Zona bianca fa 100 grazie al nostro pubblico"

Cento puntate. In meno di due anni. Senza mai fermarsi. Ferragosto e feste di Natale inclusi. Zona bianca martedì festeggerà in diretta la cifra tonda continuando a calarsi nelle storie dei cittadini, tra guerra, caro bollette, cenoni al risparmio e scandali europei. Nata in piena pandemia con un titolo che inseguiva la speranza di uscire presto dalla «zona rossa», la trasmissione di approfondimento di Rete 4 guidata da Giuseppe Brindisi si è guadagnata l'onore e l'onere di restare in onda anche quando gli altri talk si prendono una pausa.

Brindisi, non può che festeggiare...

«Certo... una cosa veloce. Ma siamo orgogliosi di condividere con il pubblico questo momento. Un pubblico che ci ha sempre seguito con attenzione. E non era facile perché, essendo la nostra una trasmissione agile, ci hanno fatto cambiare continuamente collocazione: dal mercoledì alla domenica al venerdì al martedì. E per le feste andremo il 27 e il 3 gennaio e poi torneremo alla domenica dall'8».

Perché i vertici Mediaset hanno scelto di mantenere Zona bianca sempre in onda?

«Mi piace pensare che sia perché siamo in linea con la politica editoriale aziendale. Siamo una trasmissione moderata in una azienda polifonica, composta da più voci. Zona bianca nasce da un'intuizione di Mauro Crippa, direttore generale dell'informazione, che decide di puntare su di me perché volto del Tg4 per fare ancora maggiore informazione durante la pandemia».

E voi avete tenuto sempre una linea pro scienza.

«Assolutamente. Abbiamo sposato con convinzione la campagna vaccinale. Senza però silenziare le voci di chi la pensava diversamente: ospitando in studio i no vax e però dicendo che non eravamo d'accordo quando esponevano le tesi più strampalate. Ho ricevuto centinaia di minacce per questo e continuo a riceverne».

Altri talk come Fuori dal coro che andate a sostituire in questi giorni hanno una linea diversa.

«Sì. Ma non c'è alcuna contrapposizione o concorrenza. Noi presidiamo il martedì e dopo le feste glielo restituiremo con tutto il suo pubblico: le polemiche sono spesso strumentali: si è deciso di far riposare il talk di Mario Giordano per questioni di budget, non per altro».

Quindi voi costate poco...

«Un po' di meno, anche perché facciamo una diverso tipo di programma. Ma comunque spendiamo più che agli inizi perché, visti anche i risultati d'ascolto (quest'anno viaggiamo su una media del 5 per cento) ci hanno concesso maggiori risorse».

La più esaltante di queste cento puntate è stata quella dell'intervista al ministro degli esteri russo Lavrov?

«Certo. È stata una delle interviste più importanti dell'anno. Un gran colpo di cui sono fiero. E non dimentichiamo che abbiamo avuto sempre una linea pro Ucraina. Sono stato molto criticato e mi sono chiesto più volte se avrei potuta farla meglio, ma sono contento di come è riuscita. E ora puntiamo ad avere Putin: dal punto di vista giornalistico è la cosa più importante in assoluto».

Invece qual è stato il momento che - anche per un giornalista avvezzo a qualsiasi notizia tremenda - l'ha fatta traballare?

«Le immagini dei morti di Bucha. Un pugno nello stomaco. Abbiamo scelto di mostrare le meno tremende perché non vogliamo fare pornografia del dolore».

Se martedì festeggia le cento puntate di Zona bianca, da non molto ha festeggiato anche trent'anni a Mediaset.

«In azienda ho attraversato quasi tutte le testate giornalistiche. Ho cominciato nel '91 nella redazione sportiva, poi sono stato a Studio Aperto, Tg5, Tgcom24, Verissimo, Tg4, Stasera Italia fino a guidare ora Zona bianca».

Torna a casa almeno per le feste?

«Certo. Qualche giorno a Roma. Durante il lockdown sono stato lontano dalla mia famiglia per nove settimane, chiuso in albergo a Milano. Per cui ora ci va di lusso...».

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