"Il Papa mi ha mandato a Gerusalemme. E mi ha trasformato"

Lo scrittore francese ha raccontato il viaggio in un diario: "Per me la fede è un'esperienza"

"Il Papa mi ha mandato a Gerusalemme. E mi ha trasformato"

La sfida di Gerusalemme (e/o, pagg. 158, euro 17), il nuovo libro di Eric-Emmanuel Schmitt, è il diario di un «Viaggio in Terra Santa» commissionato niente meno che da Papa Francesco. È un libro bellissimo. «Se vuoi parlare della vita spirituale devi essere onesto, devi dire tutto. Ecco, io ho osato essere sincero: mostrarmi sconvolto, insoddisfatto, ironico... O dire quando, invece, ho ricevuto molto, dal luogo e dal cielo». Drammaturgo, regista, scrittore, Eric-Emmanuel Schmitt è uno dei grandi nomi della letteratura francese contemporanea. Sarà in Italia per un tour che inizierà domenica 17 settembre a Pordenonelegge (con Lorenzo Fazzini, ore 19) e terminerà sabato 30 settembre a Torino spiritualità (ore 11,30).

Per parlare di fede, in effetti, ci vuole sincerità.

«Ero spaventato dalle reazioni in Francia: sa, è il Paese di Voltaire e Diderot... E invece sono rimasto sorpreso, e felice, per l'accoglienza calorosa».

Del resto, lei stesso era ateo: era allievo di Derrida e ha studiato Diderot.

«Sì, è vero, ero un ateo. E questo è il motivo per cui ho cercato di parlare sia agli atei, sia ai credenti».

Che cosa è successo all'ateo Schmitt?

«Per me la fede è un'esperienza. Era il 1989, nel Sahara: sono entrato nel deserto da ateo e, alla fine del viaggio, ero un credente. Mi sono perso nel deserto durante 32 ore in cui ero solo, isolato, senza nulla da bere e da mangiare, assolutamente in pericolo. E, anziché avere paura, ho passato la notte più bella della mia vita. Una notte mistica, che chiamo la notte di fuoco: una espressione di Blaise Pascal, che è diventata anche il titolo di un mio libro».

E dopo?

«Dopo tutto è stato diverso, per sempre. Oggi, quando non capisco qualcosa, non accuso il mondo di essere limitato, bensì il mio cervello. La fede mi rende umile. La seconda grande esperienza di fede è stata a Gerusalemme».

Grazie a una telefonata...

«Sì, una telefonata di Lorenzo Fazzini, dal Vaticano: Eric-Emmanuel, qui ci piacciono i tuoi libri, la tua fede e la tua libertà... Per me è stato importante sentire quelle due parole pronunciate insieme: fede e libertà. Volevano mandarmi in Terra Santa, per tornare con un libro».

Che esperienza è stata?

«Gerusalemme è un luogo unico al mondo. È dove Dio, forse, ha parlato per la prima volta e ha detto all'uomo: ascoltami. È un luogo sacro per gli ebrei, per i cristiani, per i musulmani: una città tre volte benedetta e tre volte sacra. Il paradosso è che oggi sia un luogo di guerra, ovvero il contrario di ciò che è al cuore di ogni monoteismo. Le parole di Dio oggi sarebbero: ascoltatevi. Ho scoperto che ciascuno di noi dovrebbe andare lì, per ricordare che abbiamo la stessa origine: siamo membri della stessa Storia. È un luogo più umanistico che religioso».

C'è una materialità del viaggio: desiderava «camminare nei luoghi in cui tutto è cominciato».

«Prima di partire avevo molti dubbi: se si tratta dello spirituale, che cosa ci sarà di nuovo per me? Ma non si possono dissociare il corpo e lo spirito. E lì scopri cose diverse».

Per esempio?

«Sono stato al lago di Tiberiade, dove Gesù ha fatto il suo discorso sulle Beatitudini. Lì, nella natura, tra i fiori, gli odori e l'aria così sensuale, quel discorso ha un significato diverso: Gesù non sta parlando di noi dopo la morte, ma di noi ora. Possiamo essere felici anche mentre combattiamo il male e le ingiustizie: il cammino del Paradiso è già qui, adesso».

Questa carnalità dell'esperienza di fede è parallela all'Incarnazione?

«Sì. Al Santo Sepolcro ho vissuto un grande choc. Ero stanco, un po' seccato: mi sembrava finto, un negozio del cristianesimo. Ma, all'improvviso, proprio nel momento in cui ero più scettico, ho sentito la presenza di Gesù: la percezione e l'odore di un corpo, il suo calore, gli occhi di qualcuno su di me. Una esperienza puramente fisica, che all'inizio ho quasi rifiutato: tremavo, piangevo... Poi ho capito che era un dono meraviglioso, la pura presenza di Gesù vivente nel luogo dove si ritiene sia morto: è il mistero del cristianesimo, che ancora non so spiegare, ma che so di avere sperimentato».

Dice che la fede è credere nel mistero e che credere è, a sua volta, un mistero.

«È così. Credo che dobbiamo accettare il mistero, non rifiutarlo. Il nostro spirito non è riducibile al nostro intelletto ma è fatto anche di sensibilità, esperienza, immaginazione».

Il nostro mondo limita la mente alla ragione?

«Credo che molti abbiano esperienze di questo genere ma che non ne abbiano consapevolezza: non accettano la rivoluzione della Rivelazione. Viviamo nel secolo più materialistico della storia dell'umanità. Non c'è spazio per l'apertura spirituale: ed è proprio perciò che ho scritto questo libro».

Che cosa ha portato in viaggio, da «pellegrino di oggi»?

«Solo la Bibbia e qualche taccuino».

E in che cosa è cambiato?

«Sono definitivamente cristiano. E, anche, aperto alle altre spiritualità. Sono più me che nel passato e, insieme, più me aperto agli altri».

Come è stato incontrare il Papa?

«Il Potere non mi impressiona, ma lo fanno la saggezza e i raggiungimenti spirituali. Ero spaventato, come un ragazzino. Però poi ho incontrato me stesso: il modo in cui ti guarda ti dà il meglio di te. Ha citato Pascal in francese».

Questo libro è un po' una preghiera?

«Sì.

Credo che pregare sia molto importante: la vita moderna atomizza il nostro cervello, facciamo tante cose, riceviamo troppe informazioni... Pregare è un modo di concentrarsi sull'essenziale, di dimenticare il periferico e andare al centro. Non è chiedere, per me: è più un modo di dire grazie».

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