"Vi svelo Alberto Sordi segreto". Il racconto del "nipote" Igor Righetti

A 20 anni dalla scomparsa del grande attore Alberto Sordi, un ricordo inedito del nipote Igor Righetti, autore del libro “Alberto Sordi segreto” (Rubbino Editore)

"Vi svelo Alberto Sordi segreto". Il racconto del "nipote" Igor Righetti

Il 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della scomparsa del grande attore Alberto Sordi, ancora oggi presente con il suo incredibile lavoro cinematografico nella memoria di tutti, anche delle giovani generazioni. Un'eredità culturale la sua di incredibile valore, fatta principalmente di film dove ha saputo dipingere vizi e virtù dell'Italia ancora attualissimi oggi, con una leggerezza e un'umorismo che difficilmente potrà avere eguali.

Per ricordarlo è uscita l’undicesima ristampa del libro Alberto Sordi segreto (Rubbettino editore) scritto da suo cugino Igor Righetti, che con la sua famiglia fin da bambino ha frequentato la casa dell'attore, che chiamava zio, in quanto Sordi lo considerava come un nipote. "La versione cartacea è stata richiesta da numerose librerie di città americane come Chicago, Boston, New York e Washington- racconta Igor nella nostra intervista - Alberto Sordi, infatti, non è amatissimo soltanto in Italia: anche all’estero lo ricordano con grande affetto".

Perché ha deciso di raccontare suo zio in maniera così inedita?

"È un libro che i fan di mio cugino Alberto attendevano da tempo per conoscere il lato privato del loro mito e avere le risposte alle tante domande che si sono sempre posti. Ho voluto raccontare aneddoti e curiosità, insieme anche a decine di foto che arrivano dai miei album di famiglia. Ho raccolto per la prima volta anche le testimonianze di altri cugini di Alberto e i ricordi inediti e di alcuni suoi amici veri che lo hanno frequentato in modo assiduo. C'è inoltre un divertente racconto di Patrizia de Blanck, grande amore di Sordi nei primi anni Settanta. Un modo per mostrare un lato inedito di mio zio che era un attore conosciutissimo, ma un uomo estremamente riservato".

Come mai questa riservatezza?

"Non amava l’ostentazione e la sua vita privata era blindata. A noi familiari che ha frequentato di più ha sempre fatto una raccomandazione: “I vostri ricordi con me e con i nostri cari raccontateli soltanto quando sarò in ‘orizzontale’. Allora mi farete felice perché sarà anche un modo per non farmi dimenticare dal mio pubblico che ho amato come fosse la mia famiglia e per farmi conoscere alle nuove generazioni. Così abbiamo fatto. Io l’ho ricordato spesso nei miei programmi radiotelevisivi sulle reti Rai. Ho aspettato, però, il centenario della sua nascita per celebrarlo con questo libro lontano dai luoghi comuni, dalle tante inesattezze e invenzioni dette finora da chi afferma di essere stato grande amico e confidente di Alberto. Da quando è morto sembrano diventati tutti suoi amici".

Quali sono state le cose dette su suo zio che non erano invece vere?

"Ad esempio il fatto della sua avarizia, cosa assolutamente non vera".

Da dove nasce questa diceria?

"Dal fatto che nel momento dell’apice del suo successo, ai tempi della Dolce vita, periodo in cui i divi si davano alla pazza gioia in via Veneto tra night, ristoranti alla moda e fiumi di champagne, lui non partecipava mai perché la sera studiava il copione e al mattino doveva alzarsi presto per stare sul set. In quel periodo Alberto ha realizzato anche dodici film all’anno, spesso girandoli contemporaneamente, passando da un set a un altro, quindi non aveva tempo da perdere. Mi raccontò che fu una giornalista, assidua frequentatrice di dei party vip, scrisse che Alberto non frequentava gli incontri mondani, come facevano invece gli altri attori, perché era taccagno e non voleva spendere. Era molto orgoglioso di aver evitato il più possibile di farsi fotografare dai paparazzi a queste feste. Non ha mai smentito la sua presunta avarizia perché, geniale fino in fondo, divenuto ricco e famoso aveva capito che con quella fama nessuno lo avrebbe importunato. Era oculato e parsimonioso nelle spese, quello sì, ma non taccagno. Non era nato ricco, aveva anche vissuto la fame agli inizi della sua carriera e conosceva bene il valore del denaro. Ha alimentato lui stesso questa leggenda della taccagneria divertendosi a provocare".

In verità si racconta anche che abbia fatto molta beneficenza.

"È vero, ma sempre in silenzio. Ha pagato cure mediche per amici e colleghi in disgrazia, ha adottato a distanza molti bambini poveri, ha fatto tante donazioni a vari orfanotrofi, alla casa del barbone e alla casa dello studente. Ma anche la beneficenza la faceva senza sbandierarla, non si lasciava fotografare con le gigantografie degli assegni come fanno altri. Ha sempre fatto tutto in estrema riservatezza. Soltanto dopo la sua morte il pubblico è venuto a conoscenza delle sue numerose iniziative".

Nonostante avesse un grande senso dell'umorismo, c'era qualcosa che infastidiva Sordi?

"Non amava essere chiamato Albertone per un motivo molto personale. Il papà e la mamma di Sordi, Pietro Sordi e Maria Righetti, si sposarono il 10 luglio 1910. Il loro terzogenito morì pochi giorni dopo il parto, il 24 maggio del 1916. Si chiamava Alberto. La mamma non superò mai quel lutto: soltanto con la preghiera riusciva a lenire il grande dolore. Quasi nessuno, se non i parenti che furono vicini alla coppia in quel momento drammatico, conosce questo particolare. Pietro e Maria preferirono tenere questo dolore dentro di loro. Anche Alberto ne parlò soltanto una volta con mio padre, ma cambiò subito argomento. Lui sapeva che il suo nome gli fu dato proprio in ricordo del fratello scomparso. E anche per questo motivo non voleva essere chiamato Albertone".

Nel suo libro racconta anche un particolare sul cibo che amava suo zio, e che si lega un po' al famoso film: "Un americano a Roma".

"Alberto era rimasto semplice anche nel mangiare: alle ostriche e allo champagne preferiva la bruschetta e un bicchiere di vino. E in estate non si faceva mai mancare l’anguria. A pranzo, nella sua casa, la domenica mangiava di solito un piatto unico: spaghetti al pomodoro con le polpette che lui adorava. Alla pasta non sapeva rinunciare: dagli spaghetti alle fettuccine, dai bucatini agli gnocchi ma sempre al sugo di pomodoro, mai in bianco. Gli piaceva molto il pesce (ma guai a non proporglielo già pulito dalle lische) mentre con la minestra di verdure aveva un pessimo rapporto in quanto era il piatto che la madre gli faceva spesso da bambino a causa delle ristrettezze economiche. Non mangiava mai i funghi perché lo terrorizzavano: li riteneva tutti velenosi“.

Nonostante abbia sempre denunciato nei suoi film alcune forme di malcostume, non ha mai intepretato un personaggio politico

"Diceva che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile. Con la sua ironia sottolineava che qualche parlamentare avrebbe meritato l’Oscar per la credibilità delle loro interpretazioni. Negli anni Cinquanta, la Democrazia cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma. Pur cattolico declinò l’invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po’ da tutti i partiti".

È vero che era anche un grande amante degli animali?

"Li amava tanto e diffidava di coloro che li maltrattavano perché diceva che non avrebbero esitato a fare lo stesso verso i propri simili. Da bambino aveva avuto soltanto un gatto di strada che chiamò Mimmino. Con il successo cominciò ad avere cani: ne ebbe 18 in totale, di razza e meticci abbandonati. Li teneva in casa e si divertiva a giocare con loro. Alla loro morte, Alberto li seppelliva nel giardino della sua villa. Su ogni sepoltura piantava delle rose a memoria di quelli che lui definiva amici veri e compagni fedeli. li definiva “persone” e condannava fermamente coloro che dopo averli presi con loro li abbandonavano perché invecchiati o malati o perché dovevano andare in vacanza d’estate. Diceva, giustamente, che non si può lasciare per strada, condannandolo a morte sicura, un amico che ti ha dato tutto il suo amore e il suo affetto, che ti è stato fedele per anni e che si è sempre fidato di te. Chi commette certe azioni, affermava, è un criminale e deve ricevere pene severe".

Lei che lo ha conosciuto così bene, ha avuto mai qualche rimpianto per la sua carriera?

"Quella di non essere mai stato candidato agli Oscar. Nella sua lunga carriera artistica durata oltre sessant’anni e con più di 200 film all’attivo ha ricevuto tanti riconoscimenti prestigiosi (nove David di Donatello, sei Nastri d’argento, un Orso d’oro e un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia) ma mai l’Academy Award. Ci ha sperato fino alla fine, ci raccontò che Charlie Chaplin lo aveva ricevuto a 83 anni. Alberto, invece, è morto a quasi 83 anni, ma l’ambita statuetta non è mai arrivata.

Una soddisfazione, postuma, Alberto l’ha avuta a marzo del 2003, un mese dopo la sua morte: in un filmato in cui comparivano grandi attori e registi scomparsi come Billy Wilder, Rod Steiger e Dudley Moore apparve l’immagine del suo volto in una sequenza del film diretto da Ken Annakin “Quei temerari sulle macchine volanti” del 1965".

“Alberto Sordi segreto”

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