Il Piave non mormora più: resta il cuore del Nord-Est

Un viaggio letterario sulle sponde che hanno difeso l'Italia e non solo. Alessandro Marzo Magno racconta le sorti del più veneto dei fiumi

Il Piave non mormora più: resta il cuore del Nord-Est

Il Piave mormorava? Mica tanto. Ruggiva con piene feroci e acque irruente. E già che ci siamo: non era neanche «il» Piave, era «la» Piave, al femminile. Sì, insomma, il fiume dei veneti, il vero cordone ombelicale di Venezia era una lei, quasi una mamma un po’ bizzosa, ma capace di regali incredibili. Come il legname necessario per costruire la più potente flotta del Mediterraneo, o una città sospesa insolente e leggiadra sopra una laguna puteolente. Ma come’è successo che un fiume diventasse transgender? Com’è accaduto che da robusto e bisbetico trasportatore di tronchi sia stato trasformato in una sorta di rigagnolo, seppure capace di produrre il 7 per cento dell’energia elettrica italiana?

Per avere le risposte, meglio leggere il libro di Alessandro Marzo Magno che sarà in libreria da domani intitolato appunto Piave. Cronache di un fiume sacro (Il Saggiatore, pagg. 256, euro 19). In questo saggio-racconto di viaggio il giornalista veneziano (molti lo ricorderanno per Rapidi e Invisibili o Il leone di Lissa) percorre il fiume dalla sorgente (dubbia) alla foce (certa ma introvabile) e ne approfitta per raccontare il paradosso di un corso d’acqua che non esiste quasi più eppure è entrato nella mitologia patria degli italiani. Il paradosso di un corso d’acqua che è la spina dorsale del Veneto (con la sua ghiaia si è costruito di tutto) ma che, nello sforzo di reggere sulle sue spalle liquide le fatiche della regione del lavoro a oltranza, è come evaporato.

Ma andiamo con ordine, dal prima al dopo, e, trattandosi di acque, dal monte al piano. All’origine c’era «la» Piave che impetuosa nasceva dall’incrocio di due torrenti, uno proveniente dalla teutonica Sappada (siamo in Veneto, ma si parla alto tedesco), l’altro dalla val Comelico. Dopo anni di discussione accademica, e l’inevitabile commissione scientifica, l’ha spuntata Sappada (nel Comelico si rifiutano ovviamente di crederci).

Al fiume in realtà non sembra sia mai importato molto di questa diatriba. Gli bastava saltellare impetuoso nel mezzo di quei boschi dove crescevano faggi altissimi, adatti a costruire le potenti galere veneziane e i palazzi della laguna, la cui struttura in legno era l’unica adatta a sopportare l’instabilità delle acque. Ecco, «la» Piave è stata inizialmente «un’autostrada» dove passavano migliaia di tir in forma di zattere. La linea di rifornimento che ha dato forza allo scheletro della Serenissima.

Poi, quando già le correnti avevano iniziato a fornire energia alle prime fabbriche e segherie meccanizzate, il fiume si è anche trasformato in baluardo per i fanti in grigioverde, colti di sorpresa a Caporetto. E un fiume salvatore di nazioni non può più essere «femmina». A cambiargli sesso e a farlo mormorare ci pensò E.A. Mario, il postelegrafonico che scrisse musica e parole della canzone che per un soffio non diventò l’inno d’Italia: «... No, disse il Piave, no, dissero i fanti,/ mai più il nemico faccia un passo avanti!/ Si vide il Piave rigonfiar le sponde/ e come i fanti combattevan l’onde...».
Questo perché il Piave aveva ancora nelle vene tutta l’acqua necessaria, non esisteva ancora il «rubinettone». A Pieve di Cadore dal 1949 è operativa la diga di Pian delle Ere. Questa e altre strutture fanno del fiume una delle fonti di energia idroelettrica più importante del Paese (il 60 per cento dell’elettricità del Veneto esce da qui). Solo che dopo le dighe e le necessità irrigue ciò che resta del fiume è spesso poco più di un rigagnolo. Un rigagnolo allegro, ma sempre un rigagnolo. Tant’è che si è a lungo combattuto, con in prima fila i bellunesi, per determinare quale fosse il «deflusso minimo vitale» obbligatorio da garantire, diga o non diga.

Ma attorno al fiume più antropizzato d’Europa non si litiga solo per i metri cubi al secondo. Dove il fiume è passato (amava cambiare spesso corso, quando ne aveva la forza) ci sono enormi depositi di ghiaia finissima. La chiamano «oro bianco» per quanto è preziosa per le costruzioni. Tant’è che lo scavo abusivo per anni è stato un vero business. È infatti molto veneto discutere di dove si possa e non si possa prendere la ghiaia (di sicuro non si può prendere scavando attorno ai piloni dei ponti, attività ancora di moda negli anni Settanta). Ma ormai in un mondo dove il terziario può rendere più di altri settori c’è chi trasforma le vecchie cave in laghetti per la pesca o in centri sportivi e termali. Così, di nuovo, due concezioni si scontrano. Come si scontrano le differenze dialettali tra una riva e l’altra o le rivalità cittadine: «Il Piave non è mona, infatti prima di Feltre piega a sinistra» (ovviamente lo dicono i bellunesi).

E il fiume resta lì, sospeso tra molteplici destini possibili, un po’ come quel Nord-Est di cui è simbolo, un simbolo molto più concreto delle sacrali ampolle padane. Non fosse altro perché alla foce ci sono gigantesche «bilance» che pescano chili e chili di pesce prelibato (ma non abbastanza a buon prezzo per resistere alla concorrenza globalizzata), ennesima prova che il Piave e il Nord-Est sono capaci di dare. Il problema è pensargli un futuro.

Ci racconta Alessandro Marzo Magno: «L’idea di questo libro mi è venuta vedendo un libro sul Tamigi e ricordandomi quello di Magris sul Danubio... Il Piave è un fiume che conta, senza di lui non ci sarebbe Venezia... È un fiume fondamentale, ma ora è quasi un fantasma... Mi è sembrato giusto raccontarlo non limitandomi al mito patriottico o a Hemingway che si definiva un ragazzo del basso Piave...». Sì, perché quando E.A. Mario scriveva «e tacque il Piave, si placaron l’onde...» non si immaginava che quella era una profezia, non per forza delle più fauste.

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