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Patto di Stabilità, Bruxelles chiude ancora le porte alla sospensione

La Commissione europea respinge ogni ipotesi di sospensione unilaterale. Nella maggioranza di governo emergono spinte diverse, ma Meloni e Giorgetti mantengono la linea del rigore. Il negoziato con l’Ue proseguirà perché i margini di bilancio sono sempre più stretti

Patto di Stabilità, Bruxelles chiude ancora le porte alla sospensione

La Commissione europea ribadisce con fermezza che sul Patto di Stabilità non sono ammesse scorciatoie nazionali. “Non esiste alcuna possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto di stabilità e crescita. Le regole fiscali fanno parte del diritto dell’Unione europea e sono vincolanti per tutti gli Stati membri”, ha chiarito un portavoce dell’esecutivo comunitario, sottolineando come per i Paesi sottoposti a procedura per disavanzo eccessivo resti obbligatorio il rispetto del percorso correttivo definito dal Consiglio.

Bruxelles insiste sul fatto che il nuovo quadro fiscale resta il pilastro della stabilità economica europea: il Patto, viene spiegato, garantisce sostenibilità delle finanze pubbliche, competitività e prevedibilità per gli investimenti, pur consentendo agli Stati membri di intervenire a sostegno di famiglie e imprese vulnerabili, ma solo entro i limiti concordati sulla spesa netta.

Von der Leyen tra aperture limitate e linea rigorista

La posizione della Commissione si inserisce in una strategia più ampia portata avanti da Ursula von der Leyen, che da un lato ha aperto a una maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato (che però consentono interventi solo ai Paesi che dispongono di margini di bilancio come la Germania) per fronteggiare il caro energia, ma dall’altro continua a presidiare l’impostazione più rigorosa sul Patto e sul debito comune.

La clausola generale di salvaguardia, ha ricordato la presidente della Commissione, resta attivabile solo in caso di grave recessione economica generalizzata nell’Unione o nell’Eurozona, scenario che al momento Bruxelles non ritiene configurato. Da qui la scelta di monitorare l’evoluzione geopolitica senza però modificare l’impianto delle regole fiscali.

La maggioranza italiana tra prudenza e spinte più assertive

In Italia il confronto resta aperto. La Lega continua a rappresentare l’ala più aggressiva del centrodestra sul tema. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha denunciato i “veti burocratici” di Bruxelles, sostenendo che la crisi energetica e le tensioni internazionali configurino una situazione eccezionale paragonabile alla pandemia, tale da giustificare una sospensione o una deroga nazionale più ampia. Sulla stessa linea si collocano anche le pressioni di esponenti come Claudio Borghi, che continua a considerare il Patto un vincolo strutturale da superare.

Più articolata la posizione di Forza Italia. Maurizio Casasco, responsabile economico degli azzurri, riconosce la necessità di valutare ogni scenario, ma avverte anche dei rischi di uno scostamento fondato esclusivamente sul debito nazionale, che finirebbe per pesare su tassi, mutui e credito. Da qui la preferenza per strumenti europei condivisi, come una revisione del Pnrr o nuove iniziative comuni sul modello di un piano energetico europeo.

Meloni e Giorgetti scelgono il rigore pragmatico

Al di là delle spinte interne, la postura ufficiale del governo resta improntata alla cautela. Giorgia Meloni, pur non escludendo in sede politica la necessità di valutare tutte le opzioni, continua a muoversi nel perimetro del negoziato europeo, cercando maggiore flessibilità senza mettere in discussione l’architettura comune.

La risoluzione di maggioranza sul Documento di finanza pubblica rappresenta in questo senso il primo tassello di una strategia precisa: eventuali scostamenti di bilancio potranno essere presi in considerazione solo previo accordo con Bruxelles e in presenza di un deterioramento significativo del quadro macroeconomico internazionale.

Giancarlo Giorgetti resta il garante di questa linea: rigore nei conti, credibilità sui mercati e utilizzo di eventuali margini straordinari solo dentro una cornice condivisa con l’Ue.

I vincoli dei conti italiani restringono ogni opzione

A rendere ancora più complessa qualsiasi manovra autonoma è però la condizione dei conti pubblici italiani. Il deficit/Pil 2025 confermato dall’Istat al 3,1% con la conseguente permanenza nella procedura d’infrazione riducono ulteriormente spazi di manovra già limitati.

Questo significa che, anche qualora il governo volesse adottare misure anticrisi più espansive, dovrebbe farlo in un contesto di sorveglianza rafforzata, con il rischio di tensioni finanziarie e politiche. Per questo, l’ipotesi di “fare da soli” appare più come una leva negoziale o un ballon d’essai in vista dei prossimi Consigli europei che come una reale strategia di rottura.

Lo scontro europeo resta aperto

La partita sul Patto di Stabilità si inserisce infine in un confronto molto più ampio sul futuro economico dell’Unione. Italia, Francia, Spagna, Belgio e Grecia continuano a chiedere maggiore capacità fiscale comune, mentre Berlino e i Paesi frugali difendono una linea più restrittiva.

Sul tavolo restano il nuovo bilancio pluriennale europeo, il nodo del rimborso del Next Generation EU, la questione eurobond e la necessità di nuove risorse comuni per affrontare energia, difesa e competitività. Per ora, tuttavia, Bruxelles non arretra: la flessibilità resta possibile solo entro le regole, mentre qualsiasi ipotesi di sospensione o uscita unilaterale viene respinta con decisione.

In questo equilibrio fragile il

governo italiano continua a navigare tra prudenza finanziaria e pressione politica interna, consapevole che ogni scelta sui conti pubblici potrebbe avere conseguenze decisive tanto sul piano europeo quanto su quello nazionale.

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