Leggi il settimanale

Teorici del rigore smentiti dai fatti

Più che una bocciatura, quella delle istituzioni contabili sulla manovra economica sembra una recensione svogliata

Teorici del rigore smentiti dai fatti
00:00 00:00

È curioso osservare come, ogni volta che un governo osa mettere mano al bilancio pubblico per restituire qualcosa, si levi immediato il coro dei custodi dell'ortodossia economica: Banca d'Italia, Corte dei Conti, Istat e Ufficio parlamentare di bilancio. Tutti d'accordo, come un'orchestra sinfonica della prudenza, nel decretare che la manovra «non riduce le disuguaglianze», che «favorisce i redditi più alti», che «non incide sulla crescita». Grazie della scoperta. Non è infatti un piano quinquennale socialista, né voleva esserlo, quello varato dal governo Meloni, ma una legge di bilancio cioè uno strumento per tenere in equilibrio i conti e, nei limiti del possibile, raddrizzare qualche ingiustizia.

Il tanto discusso taglio dell'Irpef, che secondo i «tecnici» avvantaggerebbe i più abbienti, è in realtà un intervento di modesta entità e, proprio per questo, equilibrato. Non cambia la vita a nessuno, ma ridà un minimo di respiro a quella fascia di contribuenti la cosiddetta classe media che negli ultimi dieci anni è stata la mucca da mungere di ogni esecutivo. E non è un dettaglio: perché è proprio da lì, dal ceto medio produttivo, che passa la vitalità di un'economia sana.

Fa sorridere poi l'idea che si possa rimproverare al governo di voler riequilibrare i redditi attraverso misure fiscali, per poi invocare la contrattazione collettiva come panacea. Come se quest'ultima fosse oggi un motore efficiente. La verità è che la contrattazione è da tempo ostaggio di un sindacalismo ideologico, più interessato a bloccare che a costruire. Aspettare che la Cgil di Maurizio Landini si svegli per risolvere il problema dei salari sarebbe come confidare nel ritorno delle lucciole per illuminare le città.

Quanto alle perplessità sull'Isee e sulla cosiddetta «rottamazione», qui si rasenta il paradosso. Da un lato si pretende equità e semplificazione; dall'altro si storce il naso non appena si toglie un macigno burocratico o si offre una via d'uscita a chi, spesso per necessità, è rimasto indietro con il fisco. È il solito moralismo dei contabili: nessuna comprensione per la realtà concreta, solo formule e percentuali.

E poi, diciamolo chiaramente: non basta aver recuperato credibilità presso le agenzie di rating e aver convinto i mercati, né il fatto che perfino il Financial Times, dopo The Economist, riconosca all'Italia una serietà di bilancio inimmaginabile fino a pochi anni fa? I professionisti del pessimismo continuano a storcere il naso, come se il successo internazionale fosse un peccato da confessare. A loro non interessa che il Paese sia tornato affidabile: preferirebbero vederlo zoppicare, purché resti conforme ai loro pregiudizi. È la solita sindrome del gufo da scrivania: se l'Italia si rialza, qualcuno perde argomenti.

Sicché, più che una bocciatura, quella delle istituzioni contabili sembra una recensione svogliata. La manovra non entusiasma i teorici del rigore? Bene.

Significa che parla ai cittadini veri, non ai fogli Excel. È un bilancio di prudenza, certo, ma anche di equità e di buon senso. E in tempi in cui la politica economica europea pare oscillare tra austerità e assistenzialismo, non è poco.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica