Uno degli aggettivi che è stato usato maggiormente per definire il presidente americano Donald Trump è "imprevedibile". Nel suo primo mandato, e ancora di più nel secondo, ha ripetutamente attaccato gli alleati della Nato, mettendo in discussione una rete su cui si basa la concezione di ciò che è l'Occidente da decenni. In più, è stato accusato di non essere realmente il paladino dell'"America First", lo slogan con cui è stato rieletto e che prometteva la fine delle "guerra inutili" in cui gli Usa si sono impelagati molte volte, e soprattutto in Medio Oriente.
A una prima occhiata, la fulminea operazione in Venezuela e la guerra contro l'Iran sembrano effettivamente in contraddizione con il principio per cui gli Stati Uniti dovrebbero venire prima di tutto, ma in realtà dietro alle mosse che paiono quasi casuali o irrazionali c'è un disegno specifico, ovvero il progressivo indebolimento del vero avversario dell'egemonia americana nel mondo: la Cina. Una frase, pronunciata più volte dal tycoon, è esplicativa del suo piano: "Xi è una persona che ha bisogno di petrolio. Noi no". Il Dragone energivoro ha già perso il "suo uomo" a Caracas, e con esso il flusso di oro nero dal Sud America. Ora, si è visto ridurre gli arrivi di barili anche dal Medio Oriente, per via del blocco e dei rallentamenti al transito nello Stretto di Hormuz.
Ora, il regime degli ayatollah è sicuramente una minaccia per gli Stati Uniti e anche per i suoi alleati nella regione, in particolare Israele, ma la strategia di Trump guarda oltre, a Pechino, e si basa su due cardini: l'impossibilità della Cina a intervenire direttamente a sostegno di Teheran e, soprattutto, il fatto che gli Usa sono indipendenti a livello energetico, quindi l'impatto di un aumento del costo del petrolio per loro è decisamente secondario. E su questo vantaggio strutturale ruota la realpolitik della Casa Bianca, perché se il Paese è libero dalla dipendenza estera per l'approvvigionamento - e ha a disposizione una potenza militare senza rivali -, può sfruttare le proprie risorse per controllare i flussi di energia verso le altre nazioni, indebolendo i propri rivali strategici.
Poi, sicuramente a fare le spese di queste mosse sono anche gli alleati di Washington, come la Corea del Sud, il Giappone e, in parte, anche l'Europa, ma qui entra in gioco il terzo elemento con cui gli Usa possono fare perno, e che esisteva già prima di Donald Trump, ovvero il fatto che tutti gli Stati che
si oppongono a Pechino e a Mosca non hanno un'alternativa. Devono appoggiarsi a una superpotenza, in un mondo in cui ne esistono solo due. E se la Cina è vista come una minaccia, non rimane molta scelta.