Gentile Direttore Feltri,
i francesi giudicano ma non vogliono essere giudicati. Macron ha reagito in modo
esagerato nei confronti della nostra Meloni. Lei cosa ne pensa?
Enza Casella
Cara Enza,
Emmanuel Macron forse ha preso troppi schiaffi dalla nonna e ora è un po' stordito. Non si spiega altrimenti il suo comportamento: invita Giorgia Meloni a «restare a casa propria», a non ficcare il naso, a tacere. Che ciascuno si occupi degli affari suoi, ammonisce con tono irritato, dopo che il presidente del Consiglio italiano ha espresso cordoglio per l'assassinio del giovane Quentin Deranque e ha condannato la violenza politica. Atto doveroso. Giusto. Un atto di solidarietà, non di guerra. Eppure a Macron non è andato giù.
Ora, bisogna avere una faccia di bronzo considerevole per impartire lezioni di sobrietà diplomatica all'Italia. Perché, se c'è un capo di Stato europeo che negli ultimi anni ha fatto della predica agli altri un'attività quasi sportiva, quello è proprio l'inquilino dell'Eliseo. Macron si scandalizza per un tweet di condanna della violenza. Un tweet. Non un'interferenza, non una sanzione, non una minaccia. Una presa di posizione contro l'odio ideologico. Ma evidentemente a Parigi si è deciso che la solidarietà internazionale è lecita soltanto quando conviene. Strano, perché quando nel 2018 l'Italia rifiutò di aprire i porti alla nave Aquarius, Macron non ebbe alcun problema a definire la posizione italiana «cinica e irresponsabile». All'epoca, dal suo entourage arrivarono parole ancora più eleganti: la politica migratoria italiana fu bollata come «vomitevole». Vomitevole. Un termine che non risulta appartenere al lessico diplomatico. E non finisce mica qui. Macron ha spesso descritto i populisti europei come una «lebbra» da arginare. Ha ammonito, criticato, pontificato. Ha convocato, fatto convocare, espresso indignazione a più riprese per le scelte sovrane del nostro Paese. Ma oggi si scopre improvvisamente custode del principio di non ingerenza. È curioso come la sovranità diventi un valore intoccabile solamente quando a esercitarla è la Francia. Nel frattempo, dalla Francia arrivano accuse all'Italia di «dumping fiscale», come se attirare investimenti fosse un crimine morale. Si critica il nostro modello economico. Si giudicano le nostre politiche migratorie. Si commentano le nostre scelte interne. Tutto lecito, quando a farlo è Parigi. Ma guai se Roma esprime una posizione su un omicidio politico che scuote l'Europa intera. Macron dovrebbe ricordare che la violenza ideologica non è un affare privato. Quando un giovane viene aggredito e ucciso in un clima di estremismo politico, non è una questione condominiale francese. È un tema europeo. E la Meloni non ha fatto altro che ribadire un principio elementare: nessuna idea giustifica la violenza.
Se questo dà fastidio all'Eliseo, forse il problema non è il tweet italiano ma la suscettibilità francese. C'è poi un altro dettaglio che non può essere ignorato: il consenso di Macron in patria non naviga in acque tranquille. La Francia è attraversata da tensioni sociali, proteste, crisi politiche. In questi casi, la tentazione di alzare la voce contro l'esterno è sempre forte. Funziona come diversivo. Tuttavia, trasformare un messaggio di condanna della violenza in un incidente diplomatico è un esercizio eccessivo, persino per chi ama le pose teatrali. La verità è semplice: Macron può permettersi di commentare l'Italia. L'Italia, secondo lui, non può permettersi di commentare la Francia.
È questa l'asimmetria che irrita.
Giorgia Meloni non ha insultato nessuno. Non ha interferito. Non ha dettato linea politica alla Francia. Ha espresso un principio universale.
Se ciò viene vissuto come un'ingerenza, forse è perché la sensibilità è più fragile di quanto si voglia ammettere. Il rispetto tra Stati si misura nella reciprocità, nella coerenza. E la coerenza, in questa vicenda, non abita all'Eliseo.