Il primo sabato del 2026 rimarrà inciso nella memoria geopolitica dell’America Latina come il giorno in cui gli Stati Uniti hanno deciso di superare ogni argine di prudenza e intervenire militarmente in Venezuela per catturare il presidente Nicolás Maduro. Una scelta senza precedenti, che ha trasformato un conflitto di lunga durata in una crisi aperta con implicazioni profonde per la sovranità statale, l’ordine internazionale e il mercato globale dell’energia.
L'oro nero di Caracas
Questa mossa, tuttavia, non è stata semplicemente un atto di "polizia": gli Stati Uniti non si sono limitati a catturare un capo di Stato accusato di crimini transnazionali, ma hanno annunciato esplicitamente che intendono assumere un ruolo di guida in Venezuela fino a quando non sarà assicurata una “transizione ordinata” del potere. Il presidente statunitense ha dichiarato che il coinvolgimento americano non si fermerà alla sola operazione di cattura, ma proseguirà nella gestione del Paese, con l’obiettivo dichiarato di stabilizzare la situazione interna e rilanciare l’economia nazionale.
Sebbene l'intera operazione sia più una rinegoziazione muscolare delle sfere di influenza post-Guerra Fredda che una guerra dell'energia tout court, tassello aureo di questa narrativa è comunque il petrolio: il Venezuela infatti detiene una delle più grandi dotazioni di riserve petrolifere al mondo, con stime accreditate che parlano di circa 303 miliardi di barili come riserve provate. Questa quantità supera quella di qualsiasi altro paese e rappresenta quasi un quinto delle riserve globali. Tuttavia, il valore teorico di questa ricchezza è stato storicamente difficile da tradurre in reali entrate economiche. Nonostante quel potenziale, la produzione interna – che nel recente passato aveva toccato livelli molto più elevati – si è drasticamente ridotta.
Un settore affetto da fragilità sistemiche
Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, il Venezuela produceva quotidianamente oltre tre milioni di barili di petrolio, posizionandosi tra i maggiori produttori globali. Oggi, dopo decenni di mala gestione, corruzione sistemica e sanzioni internazionali, la produzione è crollata a frazioni di quella cifra.
Nel 2024 la produzione media nazionale ha oscillato intorno ai 950.000 barili al giorno, con alcuni mesi in cui le esportazioni hanno raggiunto circa 900.000 barili giornalieri, segnali di una timida ripresa ma ben lontani dai livelli storici di piena capacità. Nel 2025, i dati ufficiali indicano una produzione che si aggira intorno a 1,1 milioni di barili al giorno, una cifra che segnala un lieve recupero rispetto agli anni più bui della crisi petrolifera, ma che rimane modesta se confrontata con il potenziale teorico derivante dalle gigantesche riserve disponibili.
I problemi del “greggio extra-pesante”
Il petrolio venezuelano è in gran parte “greggio extra-pesante”, un tipo di risorsa energetica più difficile ed economicamente oneroso da estrarre e trattare rispetto ai greggi leggeri. Questo spiega perché, pur avendo risorse immense, il paese sia in grado di produrre così poco: il greggio extra-pesante è più oneroso perché è molto denso e viscoso, quindi difficile da estrarre e da far scorrere: spesso va riscaldato nel sottosuolo o diluito con altri petroli. Contiene inoltre più zolfo e metalli, che rendono il trattamento e la raffinazione più complessi e costosi. Può essere lavorato solo in raffinerie altamente specializzate, riducendo i compratori e abbassando i margini. In sintesi, richiede più energia, più tecnologia e più investimenti lungo tutta la filiera.
I progetti di Washington
Gli anni di sotto-investimento e la crisi di PDVSA, la compagnia petrolifera statale che un tempo era linfa vitale dell’economia nazionale, hanno reso l’apparato produttivo fragile e obsoleto. Il presidente statunitense ha enfatizzato che compagnie energetiche americane potrebbero portare capitali e know-how per ricostruire il settore, ipotizzando investimenti oltre i 100 miliardi di dollari e richiedere anni, se non decenni, di lavoro continuo per riportare la produttività verso i livelli di prima della crisi.
La dimensione energetica venezuelana è e sarà centrale non solo per Caracas e Washington, ma per l'intero mercato mondiale dell’energia. In un contesto in cui l’OPEC+, il cartello di cui il Venezuela è stato tra i membri fondatori, ha deciso di mantenere stabili i livelli di produzione per evitare ulteriori turbolenze, la condizione della nazione sudamericana rimane un elemento di incertezza.
La sua capacità di influire sul prezzo internazionale del petrolio continua a essere potenzialmente significativa, pur essendo la produzione attuale insufficiente per esercitare un impatto ragguardevole a breve termine.