Alla Hungexpo, periferia di Budapest, l'aria del primo giorno di scuola di Peter Magyar è quella delle svolte che pretendono di essere definitive. Non solo per la portata della vittoria elettorale, ma per il tono: diretto, a tratti ruvido, spesso calibrato per segnare una distanza netta dal sistema costruito in anni di potere da Viktor Orbán. Davanti a una platea gremita di giornalisti internazionali, Magyar ha alternato annunci programmatici a dichiarazioni che hanno il sapore di messaggi diplomatici già pronti per essere recapitati nelle capitali europee. Tra queste, Roma occupa un posto tutt'altro che marginale.
Il passaggio più netto arriva quando gli viene chiesto se intenda contattare Putin. La risposta è secca: «Non lo chiamerò. Spero sia costretto a mettere fine alla guerra. L'Ucraina è la vittima». Una presa di posizione che rompe con l'ambiguità strategica dell'Ungheria orbaniana, ma che non scivola mai in un allineamento totale. Poco dopo, infatti, rivendica una «cooperazione pragmatica» con Mosca e con Pechino. Anche su Trump mantiene una distanza simbolica ma non sostanziale: niente telefonata, ma «tutto il possibile per essere un buon alleato degli Stati Uniti». È il tratto distintivo della sua postura: discontinuità nei gesti, continuità negli interessi.
Se c'è un asse su cui Magyar insiste con convinzione è quello europeo. «Gli ungheresi hanno deciso di appartenere all'Ue e alla Nato, e ne siamo orgogliosi», attaccando apertamente la retorica anti-Bruxelles degli anni passati. Il riferimento ai contatti già avviati con la von der Leyen non è casuale: lo sblocco dei fondi europei congelati diventa il primo banco di prova della sua credibilità. Ma anche qui, il pragmatismo prevale sull'idealismo: no a una corsia preferenziale per l'Ucraina nell'Ue, sì alla tutela dei diritti della minoranza ungherese come condizione per normalizzare i rapporti con Kiev. Sul prestito da 90 miliardi adotta una posizione più sfumata, rivendicando l'opt out: in pratica, Budapest non porrebbe più veti, ma chiederebbe di non partecipare direttamente agli impegni finanziari o agli obblighi che ne derivano.
Quando arriva la domanda sull'Italia, il tono cambia leggermente. Magyar abbandona per un attimo il registro istituzionale e lascia emergere una dimensione più personale. «Non ho ancora parlato con Giorgia Meloni, ma sarò più che felice di farlo». Poi aggiunge: «Vorrei incontrarla di persona. Ha ottenuto grandi risultati partendo da condizioni difficili. Sta facendo un ottimo lavoro». È un passaggio chiave. Non solo perché riconosce la leadership italiana, ma perché segnala la volontà di costruire un rapporto diretto che vada oltre le vecchie geometrie politiche legate a Orbán.
Magyar insiste su un punto: l'Ungheria che immagina non vuole essere isolata né incasellata, ma rientrare nel gioco europeo con interlocutori molteplici e adottare l'euro entro il 2030. L'Italia, definita «uno dei miei Paesi preferiti», anche perché ci trascorre le vacanze estive (nel Salento), diventa partner naturale. Accanto alla Meloni, cita Tajani, segno di un'interlocuzione ampia.
Sul piano interno, la conferenza stampa assume tratti quasi costituenti. Magyar annuncia la volontà di introdurre un limite di due mandati per il primo ministro, una misura che suona come un antidoto diretto all'era Orban, e promette un'immediata azione anticorruzione. Il momento più teso arriva quando interrompe il discorso dopo aver ricevuto un messaggio: accusa il ministro degli Esteri uscente, Szijjarto, di distruggere documenti sulle sanzioni a Mosca.
Il paragone con «i tempi del comunismo» cala nella sala come una lama. Il futuro premier vuole formare un governo entro il 5 maggio «per dare vita a un cambio di regime», chiedendo la testa del presidente Sulyok, filo-Orban.