Anche a Monaco il pensiero eternamente «lento» di quest’Europa ha avuto la meglio. A interpretarlo ci han pensato il Cancelliere tedesco Friedrich Merz e, seppur con meno enfasi, il presidente francese Emmanuel Macron.
Per carità, nessuno dei due ha espresso concetti sbagliati in assoluto. Dopo aver ascoltato il discorso del segretario di Stato americano Marco Rubio le loro parole e i loro toni sono apparsi però sopra le righe. E, soprattutto, vagamente anacronistici. Anche perché a parlare a nome di Washington non c’era più il vice presidente JD Vance protagonista, l’anno scorso, di un’intemerata anti-europea, ma un segretario di Stato Marco Rubio pronto a tendere la mano al Vecchio Continente. E pronto pure a mettere sul tavolo le condizioni e le proposte per un riavvicinamento.
Certo, Merz e Macron hanno parlato 24 ore prima del Segretario di Stato. Questo però non basta a giustificarli. La politica internazionale soprattutto quella di una «grande potenza» - invocata dal tedesco e dal francese - non si costruisce sui mal di pancia. Soprattutto non su quelli di un anno prima. Il tono di Merz, invece, è stato proprio quello. La scelta di mettere alla berlina «le guerre culturali degli Stati Uniti» che «non sono le nostre» o di denunciare «dazi e protezionismo» trumpiani contrapponendovi le teorie europee del «libero scambio» sono risuonate come un’aperta sfida a un ex-alleato liquidato come «non abbastanza potente per andare da solo». Parole in parte rilanciate da Macron quando ha annunciato «un dialogo strategico con il Cancelliere Merz e altri leader europei per vedere come sia possibile articolare la nostra dottrina nazionale».
Eppure negli ultimi mesi l’enfasi della sfida trumpiana ha perso molto del suo vigore originale. Lo si vede nella trattativa con l’Ucraina dove l’apparente allineamento di Washington alle richieste di Mosca di Anchorage si è sfaldato anche sotto la pressione delle capitali europee. E la revisione delle pretese sulla Groenlandia a fronte dell’opposizione del Vecchio Continente ha segnato un altro punto di riavvicinamento nella contrapposizione transatlantica.
Ma dall’America, dove già tira aria di «midterm», che si svolgeranno il prossimo novembre, arrivano molti altri segnali di ripensamento che la grande politica europea non sembra al momento cogliere.