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"Noi salesiani arrestati e accusati di spionaggio per Usa e Israele"

Don Nicola Masedu: "Ero nella scuola cattolica. Poi nel 1979 cambiò tutto"

"Noi salesiani arrestati e accusati di spionaggio per Usa e Israele"
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L'ennesima repressione di proteste pacifiche in Iran sta mostrando di nuovo al mondo il volto soffocante del regime degli ayatollah. Pochi sanno che tra i primi a farne le spese furono i salesiani che a Teheran gestivano la migliore scuola del Paese. Uno dei suoi insegnanti era don Nicola Masedu, ventisei anni passati in Iran e testimone oculare della vita in Iran prima e dopo la rivoluzione khomeinista.

Don Nicola, lei arrivò per la prima volta in Iran nel 1974. Come si viveva?

«Si stava bene. Il nostro istituto cattolico, l'Andisheh, aveva più di 1800 studenti e molti erano figli della classe dirigente. Persino il nipote di Khomeini, mentre il genero era un nostro insegnante. C'era una convivenza magnifica dei ragazzi musulmani con quelli cristiani ed ebrei».

Tutto cambiò l'11 febbraio del 1979, quando il potere passò nelle mani di Khomeini.

«Nel pomeriggio una quarantina di guerriglieri fecero irruzione nel nostro istituto. Ci rifugiammo in biblioteca e da lì sentivamo i loro spari. Un proiettile entrò dalla finestra e colpì un confratello. Occuparono anche altre strutture di noi salesiani, tentando pure di forzare il tabernacolo».

Nell'estate del 1980, contemporaneamente alla crisi degli ostaggi in ambasciata Usa, voi salesiani diventaste un caso internazionale...

«Fummo accusati di spionaggio per Israele e Usa e condannati agli arresti domiciliari. Si presentarono 50 miliziani per la perquisizione. Trovarono un compito di inglese carbonizzato in un cestino e provarono a usarlo contro di noi. Ci chiesero le nostre foto e le ritrovammo su un giornale sotto a questo titolo: Quelli che in nome della religione portano il capitalismo nel Terzo Mondo».

Come finì?

«Fummo scagionati. Ma poi ci espulsero in quanto «elementi antirivoluzionari» e si presero la scuola. Io tornai nel 1982 come cappellano di una compagnia petrolifera e rimasi fino al 2004».

Com'è essere cristiani nell'Iran degli ayatollah?

«Le guardie rivoluzionarie controllano continuamente i sacerdoti e gettano il vino della messa. Ma nella clandestinità, il cristianesimo avanza. Noi non facciamo proselitismo, ma le autorità hanno messo i militari fuori alle chiese per controllare che ci siano fedeli solo stranieri. Conosco personalmente iraniani arrestati perché volevano convertirsi autonomamente. E pastori uccisi per averli accolti».

Cosa prova di fronte alle immagini delle proteste?

«Spero che sia la volta buona.

Ho messo sui social un post di sostegno e tantissimi ex allievi iraniani mi hanno scritto entusiasti. Mi auguro che questo regime scompaia e che poi non si ceda alla vendetta come nel 1979. E sono ottimista che in un Iran libero possa esserci spazio anche per i cristiani».

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