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"Il regime degli ayatollah sta morendo": ecco chi potrebbe prendere il comando a Teheran

Per gli analisti le mosse delle forze di sicurezza del regime potrebbero determinare la fine della Repubblica Islamica e il futuro dell'Iran

"Il regime degli ayatollah sta morendo": ecco chi potrebbe prendere il comando a Teheran
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Sull'Iran alle prese con proteste nelle strade represse nel sangue dalle forze governative, le valutazioni degli esperti sembrano attestarsi su un'opinione quasi unanime: quella attuale, dicono gli analisti, sembra ormai configurarsi come la fase finale del regime degli ayatollah, schiacciato da pressioni interne ed esterne, con la Casa Bianca pronta ad entrare in campo a sostegno dei manifestanti. La Repubblica Islamica oggi è un "regime zombie. La sua legittimità, la sua ideologia, la sua economia e i suoi leader sono morti o stanno morendo", scrivono sull'Atlantic Karim Sadjadpour e Jack Goldstone aggiungendo che ciò che lo tiene in vita è l'uso della forza letale.

"La brutalità può ritardare il funerale" del governo islamico "ma è improbabile possa riattivarne il battito", proseguono i due esperti secondo cui per la prima volta dal 1979 una serie di elementi sembrano convergere verso il successo del sollevamento popolare. Vali Nasr, professore della Johns Hopkins University e grande conoscitore di affari iraniani, spiega che non esiste una "via d'uscita facile" dall'attuale situazione di stallo e ammette che "un crollo totale" della Repubblica Islamica non sia "necessariamente imminente, ma la rivoluzione iraniana si sta ormai avvicinando alla fine".

Tante sono le incognite che pesano su quelle che potrebbero essere le ultime ore del regime e tra gli addetti ai lavori c'è comunque cautela nell'immaginare un day after in Iran. Se immaginare come possa avvenire la sua conclusione appare un esercizio complicato, ancora più arduo è prevedere come possa svilupparsi un Iran post-Repubblica Islamica e, soprattutto, chi possa prendere in mano le chiavi del potere a Teheran.

Una prima risposta alla domanda su cui si interrogano le cancellerie di mezzo mondo parte dal sottolineare l'importanza delle dinamiche di un'eventuale caduta del regime. Il futuro dell'Iran dipende da come risponderanno le forze di sicurezza al servizio dell'ayatollah Khamenei. Benham Ben Taleblu, ricercatore presso la Foundation for Defense of Democracies, dichiara che il fattore centrale è se segmenti dell'apparato coercitivo, tra cui le Guardie Rivoluzionarie, la milizia Basiji e l'esercito regolare, decideranno di disertare, di rifiutarsi di eseguire gli ordini o se si frammenteranno. Se il potere coercitivo del regime non verrà scalfito, avverte Taleblu, si potrebbe realizzare uno scenario in cui le figure di spicco del clero scompariranno ma il vero potere resterà nelle mani delle forze armate.

Benny Sabti, esperto presso l'Institute for National Security Studies israeliano, sostiene che una transizione guidata dai militari (il cosiddetto "modello Egitto") non potrebbe essere esclusa, ma sottolinea che in quel caso decisivo sarebbe il carisma del generale che prenderebbe il comando. Il già citato Sadjadpour in un saggio pubblicato su Foreign Affairs immagina quattro scenari per un post-regime islamico: il modello nazionalista autoritario della Russia post-sovietica, quello pragmatico cinese (ma senza libertà), quello pakistano con il potere in mano ai militari e un percorso turco con l'emergere di un leader populista eletto dal popolo.

Un'altra soluzione alla transizione iraniana potrebbe passare attraverso la figura di Reza Pahlavi, il figlio dell'ultimo scià. Dall'estero dove vive in esilio Pahlavi ha fatto sapere che la forma del futuro Stato iraniano dovrebbe essere decisa dal popolo e ha chiarito che il suo ruolo "non è quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica". C'è da dire che il suo profilo non è però ben visto dalla totalità della società iraniana.

C'è poi chi menziona il movimento di opposizione Mojahedin-e Khalq, guidato da Maryam Rajavi, che nel corso degli anni ha raccolto il sostegno di politici americani di spicco quali l'ex vice presidente Mike Pence e l'ex segretario di Stato Mike Pompeo. Rajavi ha affermato che il cambiamento "non arriverà dall'esterno dell'Iran, né sarà attuato dalla volontà di capitali straniere"" e che per rovesciare la Repubblica Islamica sarà invece fondamentale l'azione di una resistenza organizzata a livello nazionale.

Un elemento, quest'ultimo, su cui la gran parte degli analisti sembra concordare e che emergerebbe anche dall'approccio wait and see che sta caratterizzando le ultime mosse dell'amministrazione Trump sul dossier iraniano.

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