Cosa sta succedendo in Corea del Sud? Le immagini diffuse dall’esercito sudcoreano all’inizio del 2026 hanno attirato l’attenzione degli analisti militari: carri armati K2 Black Panther e veicoli da combattimento della fanteria K21 schierati in prima linea con strutture reticolari leggere montate sopra torrette e scafi. A prima vista sembrano soluzioni improvvisate, quasi rudimentali. In realtà, quelle reti anti drone rappresentano uno dei segnali più chiari di come anche eserciti tecnologicamente avanzati stiano rivedendo in profondità il modo di concepire la guerra terrestre.
Durante un’esercitazione ad alta intensità condotta dalla 8ª Divisione Manovra dell’Esercito della Repubblica di Corea, i mezzi corazzati hanno operato con queste protezioni come se fossero equipaggiamento standard, non adattamenti temporanei. Il messaggio è emblematico: i droni, compresi quelli nordcoreani, soprattutto quelli economici e armati con cariche improvvisate o munizioni circuitanti, sono ormai considerati una minaccia strutturale, non episodica, anche per piattaforme pensate per resistere a missili anticarro e colpi cinetici convenzionali.
Reti anti droni sui blindati
Come ha sottolineato il portale Defence Blog, le reti installate sui K2 e sui K21 non hanno l’obiettivo di “fermarsi” al colpo, ma di alterare la geometria dell’attacco dall’alto. Il principio è semplice e mutuato direttamente dall’esperienza ucraina: costringere i droni FPV o le munizioni circuitanti a detonare prematuramente o a perdere stabilità e precisione prima di colpire le zone più vulnerabili dei mezzi, dove la corazzatura è più sottile. La scelta sudcoreana di puntare su sistemi leggeri, pieghevoli e rapidamente installabili indica una volontà di standardizzare difese passive a basso costo, senza sacrificare mobilità e profilo operativo.
Non si tratta di un ritorno a soluzioni “artigianali”, ma di un adattamento dottrinale: accettare che nessun sistema di difesa attiva può intercettare ogni minaccia e che la sopravvivenza sul campo passa anche da contromisure semplici, scalabili e diffuse. Il fatto che queste reti siano state integrate in manovre realistiche suggerisce che Seul stia preparando le proprie forze a scenari saturi di droni, non solo lungo il confine con la Corea del Nord ma in qualsiasi conflitto ad alta intensità.
La Corea del Sud stringe i muscoli
Questo cambiamento sul piano tattico si inserisce in un contesto strategico più ampio, segnato da una crescente attenzione alla difesa del territorio metropolitano e delle infrastrutture critiche. Nello stesso periodo, infatti, il ministro della Difesa sudcoreano ha ispezionato il Capital Defense Command e il Joint Air Defense Operations Center, ribadendo la necessità di massima prontezza contro minacce aeree, droni inclusi, in un’area che concentra potere politico, comando militare e oltre venticinque milioni di abitanti.
Dopo le tensioni interne e l’instabilità politica emerse a fine 2025, le forze armate sudcoreane sembrano voler riaffermare il proprio ruolo centrale nella difesa nazionale, puntando su disciplina, preparazione e adattamento tecnologico.
Le reti anti-drone sui blindati, lette insieme al rafforzamento della postura di difesa aerea attorno a Seul, raccontano una stessa storia: la consapevolezza che il campo di battaglia moderno è ormai tridimensionale, affollato e imprevedibile. In questo scenario, dunque, la linea tra fronte e retrovie si assottiglia, e la sopravvivenza dipende dalla capacità di reagire rapidamente a minacce asimmetriche.