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La riunione con Netanyahu, i dubbi della Cia e le parole di Vance: così Trump ha deciso sull’Iran

Nuove indiscrezioni pubblicate dal New York Times mostrano come il presidente Usa abbia deciso di scendere in guerra contro l’Iran

La riunione con Netanyahu, i dubbi della Cia e le parole di Vance: così Trump ha deciso sull’Iran

Mentre si attende di capire se l’apertura dell’Iran alla proposta del Pakistan disinnescherà l’ultimatum al regime iraniano lanciato da Donald Trump, emergono nuovi dettagli su come si sia arrivati alla resa dei conti con Teheran. Le indiscrezioni, contenute in un libro in uscita a giugno (“Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump”) scritto dai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan, sono state anticipate in esclusiva dallo stesso quotidiano della Grande Mela e fanno luce su come il 47esimo presidente americano abbia deciso di condurre la sua amministrazione e gli Stati Uniti sul sentiero di un confronto militare, ormai regionale, di cui non si intravede la fine.

Per mesi, a seguito dell’operazione avviata a inizio giugno da Israele in Iran e conclusasi con l’intervento Usa contro i siti nucleari, Washington aveva alzato la pressione sulla Repubblica Islamica evocando più volte la possibilità di nuovi raid contro il regime iraniano se non avesse rinunciato al programma nucleare. Nel mentre si susseguivano le minacce del capo della Casa Bianca rivolte alla Groenlandia, a Cuba e al Venezuela. Solo dopo la cattura del dittatore di Caracas, Nicolas Maduro, il Pentagono comincia a spostare mezzi e uomini in Medio Oriente in contemporanea a tentativi di diplomazia americana, affidata all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del presidente Jared Kushner.

A tratti, la mobilitazione della macchina bellica statunitense sembrava fare parte di una strategia (la nixoniana “teoria del pazzo”) volta a piegare i pasdaran al tavolo delle trattative. A convincere però Trump ad abbandonare la diplomazia e ad imbracciare le armi sarebbe stato Benjamin Netanyahu. Ospite a Washington, il premier israeliano avrebbe spiegato al presidente americano nel corso di un’insolita riunione nella Situation Room della Casa Bianca come in Iran i tempi fossero maturi per un cambio di regime e che una missione congiunta Stati Uniti-Israele avrebbe potuto raggiungere tale risultato.

Al vertice in questione avrebbero preso parte, tra gli altri, Susie Wiles, capo gabinetto di Trump, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il generale Dan McCaine, capo dello Stato maggiore congiunto, il direttore della Cia John Ratcliffe. Su uno schermo alle spalle di Netanyahu il direttore del Mossad David Barnea e alcuni ufficiali militari israeliani. Assente nella squadra del tycoon il vice presidente J.D. Vance impegnato in una visita in Azerbaigian e impossibilitato a rientrare in tempo negli Stati Uniti. Dettaglio non da poco se si tiene conto che il numero due della Casa Bianca sarebbe stato l’esponente dell’amministrazione Usa più restio ad andare in guerra contro l’Iran.

Nel corso della riunione nella Situation Room gli israeliani avrebbero mostrato a Trump un breve video che includeva una lista di potenziali nuovi leader per il dopo regime. Tra questi figurava Reza Pahlavi, figlio in esilio dell’ultimo Scià. Netanyahu e la sua squadra avrebbero spiegato che un intervento militare sarebbe stato in grado di distruggere in poche settimane il programma missilistico iraniano. In tal caso, per Bibi la Repubblica Islamica sarebbe stata talmente indebolita da non poter bloccare lo Stretto di Hormuz. A detta del leader dello Stato ebraico la possibilità che Teheran reagisse contro gli interessi Usa nei Paesi limitrofi era considerata minima. Inoltre l’intelligence israeliana avrebbe indicato come le proteste di piazza sarebbero riprese e, con l’impulso dei servizi segreti di Tel Aviv e un’intensa campagna di bombardamenti (oltre al supporto dei combattenti curdi iraniani), si sarebbero create le condizioni per il crollo del regime. Netanyahu avrebbe riconosciuto i rischi dell’operazione sottolineando però il fatto che ci fossero maggiori rischi nel non agire e nel posticipare l’attacco.

Netta la risposta del presidente americano - “mi sembra un’ottima idea” - al termine della presentazione di Bibi. Stando a quanto riferito dai giornalisti del New York Times, in quel momento Netanyahu avrebbe compreso di essere riuscito a convincere il presidente americano. Una convinzione condivisa anche dai consiglieri del tycoon.

Subito dopo l’incontro, l’intelligence statunitense si sarebbe messa al lavoro per verificare le informazioni condivise alla Casa Bianca dagli israeliani e valutare la fattibilità del piano di Tel Aviv. Per gli 007 solo l’uccisione dell’ayatollah e l’indebolimento delle capacità di Teheran contro i suoi vicini erano obiettivi raggiungibili. A detta dell’intelligence Usa, gli altri due (una rivolta popolare in Iran e la sostituzione del regime islamico con un leader laico) non sarebbero stati altrettanto facili da raggiungere. Il direttore della Cia avrebbe descritto gli scenari di cambio di regime “una farsa”, spalleggiato dal segretario di Stato Rubio che li avrebbero definiti “sciocchezze”. Commenti che non avrebbero fatto vacillare. Il cambio di regime, avrebbe detto il tycoon, sarebbe stato “un loro problema”, senza specificare se si riferisse agli israeliani o al popolo iraniano.

L’unico a esprimere riserve sui piani militari contro Teheran è J.D, Vance, il quale avrebbe cercato di far cambiare idea a Trump. Convintosi dell’inutilità dei suoi sforzi, il vicepresidente, in un meeting svoltosi il 26 febbraio, 48 ore prima dell’avvio dell’operazione Furia Epica, avrebbe detto al tycoon: “sa che penso che questa sia una cattiva idea, ma se vuole farlo, la appoggerò”. Nessuno al di fuori dell’ex senatore avrebbe presentato a The Donald argomentazioni convincenti per fargli cambiare idea. Il capo del Pentagono, il più entusiasta, avrebbe detto che “prima o poi dovremo occuparci degli iraniani, quindi tanto vale farlo ora”. Rubio, più scettico, non avrebbe comunque cercato di dissuadere il presidente. Anche il generale Caine, preoccupato per l'opzione militare, sarebbe apparso cauto nel prendere posizione ripetendo che non era suo compito dire al commander in chief cosa fare.

I reporter del New York Times sottolineano che la decisione di Trump di portare il Paese in guerra non è stata dettata da valutazioni dell’intelligence o dal consenso strategico dei suoi consiglieri (in realtà inesistente). Essa sarebbe stata invece dettata dall’istinto. Tutti i membri della squadra repubblicana si sarebbero dunque affidati all’intuito del presidente, convinti che anche questa volta il presidente avrebbe ottenuto quello che voleva.

Una convinzione espressa dallo stesso Trumo all anti-interventista Tucker Carlson che chiese al presidente come potesse essere così sicuro di un esito positivo del conflitto. “Perchè va sempre tutto bene”, la risposta del tycoon.

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