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Board of Peace, oggi Tajani in Aula: "Giusto esserci". Meloni a Niscemi: pronti 150 milioni

La freddezza Ue e i dubbi sul rango di chi inviare negli Usa. Opposizioni compatte: anche Calenda per il "no"

Board of Peace, oggi Tajani in Aula: "Giusto esserci". Meloni a Niscemi: pronti 150 milioni
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Il vertice di maggioranza che si tiene a metà pomeriggio a Palazzo Chigi dura poco più di un'ora e serve a serrare i ranghi non solo sui dossier più sensibili della settimana (tra cui il decreto bollette e la presenza italiana alla prima riunione del Board of peace) ma anche a fare velocemente il punto di quelle che saranno le priorità della maggioranza in quest'ultimo anno di governo (dal referendum sulla giustizia alla riforma della legge elettorale, passando per le amministrative). La premier Giorgia Meloni è appena rientrata da Niscemi, dove ha fatto una nuova ricognizione delle aree colpite dal ciclone Harry. E ai presenti - i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi - conferma l'intenzione di stanziare 150 milioni a favore del comune siciliano.

Una riunione di coordinamento che arriva in un momento delicato, tra tensioni internazionali e urgenze economiche interne. Ed è soprattutto sul decreto bollette che si concentra buona parte dell'incontro. Il provvedimento - che deve ancora essere limato - è atteso in Consiglio dei ministri domani e Forza Italia è pronta a intestarselo, tanto che ieri mattina Tajani ha riunito i vertici del partito e il ministro dell'Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per fare il punto anche sotto il profilo della comunicazione.

Ma il dossier più politicamente rilevante resta quello internazionale, soprattutto alla luce delle polemiche che hanno seguito l'annunciata presenza italiana in qualità di osservatore alla prima riunione del Board of peace in programma a Washington giovedì. Oggi Tajani riferirà alla Camera, un passaggio parlamentare che si preannuncia acceso visto che le opposizioni sono riuscite a convergere su una risoluzione unitaria per chiedere al governo di non prendere parte «in nessuna forma» all'iniziativa. Un testo su cui si trovano d'accordo non solo Pd, M5s e Avs - che già avevano presentato una mozione comune su Gaza - ma anche +Europa e Azione.

La linea dell'esecutivo, tuttavia, non cambia. E oggi Tajani ribadirà che l'Italia non sarà membro effettivo del Board perché in contrasto con l'articolo 11 della Costituzione, ma rivendicherà la scelta di partecipare come osservatore per valorizzare il ruolo italiano nella gestione della crisi a Gaza. Conosciamo le criticità - sarà il senso del suo intervento - ma restare fuori dal Board significherebbe autoescluderci da un dossier centrale come il Medio Oriente. Una posizione che il ministro difenderà nell'aula della Camera in un confronto stimato in circa tre ore tra comunicazioni, discussione generale e voto.

E giovedì a Washington dovrebbe essere proprio Tajani a rappresentare l'Italia, anche se il nodo sarà sciolto definitivamente solo oggi perché ancora non è del tutto escluso che il governo possa decidere di inviare un esponente di rango inferiore. Dei Ventisette dell'Ue, infatti, hanno aderito solo Ungheria e Bulgaria. La prima sarà rappresentata dal premier Viktor Orbán, mentre non è chiaro se per la Bulgaria ci sarà il primo ministro Rosen Zhelyazkov. Come osservatori parteciperanno Italia, Grecia (con il viceministro degli Esteri Harry Theoharis), Romania (con il presidente Nicusur Dan) e Cipro (ancora non si sa a che livello). Tutte ragioni per cui a ieri sera la presenza di Tajani era data per altamente probabile ma non certa. Anche perché, sempre in serata, fonti della Commissione hanno fatto filtrare non solo che l'Ue «non sarà membro del Board», ma anche che l'annunciata presenza della commissaria al Mediterraneo Dubravka Suica non equivale ad assumere il ruolo di «osservatori» ma ha come unico obiettivo quello di sedere al tavolo della discussione su Gaza.

Sullo sfondo, restano i dossier più elettorali.

A partire dal referendum sulla giustizia, con Fdi che sta pensando di spostare a Roma la manifestazione per il «sì» che aveva inizialmente immaginato di organizzare a Milano il 12 o 13 marzo (quando però la città è ancora impegnata con le Paralimpiadi).

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