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Meloni, Trump e la lezione di Berlusconi

Si tenta di evitare i colpi di testa dell’imperatore. Ma se poi l’imperatore li dà, non è il caso di fare gli schizzinosi, di cambiare padrone o di rifugiarsi in un’impossibile neutralità

Meloni, Trump e la lezione di Berlusconi
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Ormai è ufficiale: dopo la guerra -lampo di Trump in Venezuela, il 2026 si annuncia come l’anno degli imperi.
Imperi che regolano i conti esterni, con gli imperi concorrenti, e quelli interni, con le proprie periferie, sulla base dei rapporti di forza. I quali – come diceva il mio maestro anarchico Giuseppe Prezzolini – sono purtroppo la base del diritto, al di là della retorica per anime belle. È una verità sgradevole, ma è una verità. E la storia, quando accelera, non chiede il permesso ai moralisti.
Noi, come Italia, che cosa dovremmo fare? La risposta non è elegante, ma è semplice. Non esistendo (per fortuna, visti i disastri in cui ci ha portato l’ultimo) un impero italo-abissino, ci tocca stare con l’impero americano.
Non è una scelta d’amore, è una necessità fisiologica. Come l’aria: non la si ama, ma senza si muore.
Svolsi questo argomento già nel 2003. Spinsi Berlusconi ad andare in Texas per provare, invano, a fermare la sciagurata impresa di Bush, che si era inventato un’inesistente bomba atomica di Saddam pur di sbarcare in Iraq con missili e Marines. Niente da fare. Berlusconi tornò scornato.
A quel punto allegai in omaggio a Libero, che allora dirigevo, la bandiera a stelle e strisce. Il senso era chiaro: meglio l’America della Mesopotamia. Perché, in fondo, almeno finché non prenderà il potere l’Ordine dei giornalisti, un po’ di libertà qui ce l’abbiamo ancora. E non ci impiccano, come negli altri imperi, se ci mettiamo contro chi governa.
Per questo insisto: come con Bush fece Berlusconi, così oggi Meloni prova a fare con Trump.
Si tenta di evitare i colpi di testa dell’imperatore. Ma se poi l’imperatore li dà, non è il caso di fare gli schizzinosi, di cambiare padrone o di rifugiarsi in un’impossibile neutralità. Qui vale la vecchia lezione montanelliana del «turarsi il naso»: non per amore, ma per sopravvivenza. Fu quella scelta, allora, a impedire la vitto ria dei comunisti. Oggi serve lo stesso realismo disincantato.
Non è una mossa ipocrita: è una scelta salvavita. E, paradossalmente, salva-libertà.
Fare i valvassini di un impero russo, a sua volta vassallo di quello cinese, mi inorridisce. Aderire direttamente all’impero cinese mi spaventa ancora di più. Esistono poi imperi minori: quello turco, quello nigeriano. L’India oscilla, con abilità antica, tra Oriente e Occidente, aspettando di capire chi inciampa per primo.
E l’Europa? L’Europa mi pare abbia assunto il ruolo degli editorialisti nei quotidiani: emette opinioni, cerca di rubare il mestiere a noi, ma non sposta i destini di nessuno. Nemmeno i propri.
Dell’America non mi fido. Non mi sono mai fidato. Ricordo sempre che è una democrazia, sì, ma ha anche sganciato due bombe atomiche su città giapponesi piene di civili inermi. Non è un bel precedente, e conviene non dimenticarlo. Tuttavia, tra un impero che bombarda e poi si vergogna, e altri che bombardano e rivendicano con orgoglio, la differenza esiste. Ed è tutta lì la scelta tragica del nostro tempo.
Non si tratta di esaltare Trump, né di applaudirne le imprese. Si tratta di non farsi illusioni. Questo è il secolo degli imperi, non delle buone intenzioni. Chi predica la purezza finisce quasi sempre per fare da spalla al più violento. La politica estera non è un concorso di buone maniere.
L’importante, per un Paese come l’Italia, è non vendere l’anima.

Per il resto, come insegnava il realismo più ruvido, turandosi il naso si può trattare. È una formula brutale, lo so. Ma descrive perfettamente il minimo sindacale per restare vivi in un mondo dove i predatori hanno smesso di fingere di essere vegetariani.

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