C'è un festival nazionalpopolare che da ieri allieta la sinistra italiana. Si svolge in Albania. Vi partecipano un centinaio di clandestini che attendono, fuori dai nostri confini, di conoscere la classifica finale dei Paesi in cui verranno rimpatriati. E così, mentre nella Liguria sanremese Carlo Conti inaugura la settimana italiana per eccellenza, i compagni anti-Meloni di rientro dall'ennesima missione in Albania per denunciare lo sperpero di soldi e poliziotti del governo italiano nel famoso centro semideserto oltre Adriatico, quello che i giudici hanno boicottato con sentenza ogni volta che ci portavamo un clandestino, si sono trovati di fronte al vero spettacolo. Grazie alla «maggioranza Giorgia», cioè quella di centrodestra a Bruxelles, che tiene in piedi l'Unione ormai senza visione, è stata votata (finalmente) la lista dei Paesi sicuri. E come per magia si scopre che erano proprio i tribunali a svuotare il Cpr, visto che in pochi giorni il centro già non basta a contenere tutti gli ospiti in transito verso i nostri lidi senza permessi o titoli per entrare in Europa. Al punto che i compagni, che fino a ieri sbeffeggiavano le stanze vuote, oggi lamentano il sovraffollamento. Capaci, fra un po', di dirci che sono troppi, versano in condizioni disumane (sempre meglio che dai Soumahoro) e dobbiamo ingrandire il centro albanese o ospitarli in albergo. La morale è semplice: l'Albania è un modello innovativo.
Non risolve il problema (solo un fesso può pensarlo), ma sposta lo sguardo verso una diversa soluzione: portare fuori dai nostri confini la frontiera dei controlli. Una rivoluzione che piace a Germania e Francia, e che oggi - grazie alla sinistra che monitora l'Albania per ragioni elettorali - è finalmente chiara anche a noi.