In uno dei corridoi che costeggiano il Transatlantico di Montecitorio va in scena lo sconforto forzista. Francesco Cannizzaro, stella in ascesa in Calabria, si lascia ad andare ad uno sfogo. "Giorgia - sospira - sta sbagliando tutto. Non capisco perché non faccia un rimpasto visto che il referendum è stata una sconfitta politica. Se andiamo avanti così perdiamo le prossime elezioni. Tant'è che penso di candidarmi come sindaco a Reggio Calabria. Ho 43 anni e non vedo futuro. Non stiamo gestendo la sconfitta né come governo, né come Forza Italia. Fanno fuori Gasparri per mettere la Craxi ma d'impulso, senza un disegno".
Fai due passi e incontri Lorenzo Cesa, l'ultimo dei democristiani, che conosce a memoria i rituali della politica. "La Meloni è brava - spiega - la situazione non è disperata, io però avrei fatto un rimpasto così non legavi i cambi a questioni giudiziarie". Dieci metri più in là, seduto su una poltrona, trovi pure Alessandro Cattaneo, fu giubilato da capogruppo all'inizio della legislatura perché avrebbe preferito una Forza Italia con più mordente. All'epoca rispose "obbedisco", oggi ragiona sul presente. "Avrei puntato - spiega senza polemica - sul Meloni Due: ad una sconfitta politica si risponde con una soluzione politica. Ma lei ha in testa il record di durata del governo. E poi la scelta di far fuori tutti gli azzoppati dalla magistratura la espone: i prossimi che fai? Li molli?".
È l'aria che si respira in quella parte della coalizione che risponde alla sconfitta con le logiche da manuale. Le opzioni sono tre. Non di più. Raccontano che a Palazzo Chigi, il fedelissimo Fazzolari, accarezzi una soluzione politica "cartesiana" più stringente, ispirata alla strategia militare del generale von Clausewitz. Parole d'ordine: uscire dall'assedio, sparigliare e magari rilanciare con la carta delle elezioni anticipate. "Senza paura", è il suo motto che parafrasa il Wojtyla del "non avere paura". Avrebbe un senso e potrebbe trovare una sponda nella Schlein perché la libererebbe dai rischi insiti nelle "primarie". Ma è un si dice.
Poi c'è il rimpasto. Ipotesi più affine alla logica dc ma che poco si attaglia allo stile della Meloni. Inoltre sconterebbe l'irritazione degli attuali ministri allergici al cambiamento: Casellati e Zangrillo, ad esempio, hanno chiesto la testa di Gasparri non appena sono stati annunciati i congressi regionali.
Infine c'è l'opzione del "circoscrivere", del "sopire", "troncare" del Conte zio del Manzoni: di considerare, insomma, il referendum una sconfitta su un quesito non sulla politica. È la strada imboccata per ora dalla Meloni non certo senza dubbi, quella che corrisponde all'indole del suo vice Antonio Tajani, corredata con il taglio delle teste, dei capri espiatori per dare un segnale al volgo: Bartolozzi, Delmastro, Santanchè e ieri Gasparri. È l'idea che coniuga la logica del "Potere logora chi non ce l'ha" di andreottiana memoria con il populismo di destra: del resto ci sono centinaia di nomine da fare, le presidenze dei grandi gruppi da cambiare e la possibilità di far rotolare ancora qualche testa. La speranza è che la congiuntura politica possa cambiare, le guerre finire e Trump rinsavire. Sta bene al presidente Mattarella che non vuole scossoni ed è una opzione che ha mille spiegazioni visto che siamo alle prese con due guerre e la peggiore crisi energetica degli ultimi venti anni. Una delle teste d'uovo di Palazzo Chigi, Filini, la teorizza su Formiche: "Non c'è alcuna crisi di governo, la sinistra italiana vive solo di testimonianza ma è divisa su tutto, di invidia, e, soprattutto, oggi non rappresenta un'alternativa di governo". I limiti? È legata a una speranza e di speranza si può anche morire. E c'è il problema che il mondo non si ferma: se non reagisci in un clima avvelenato in questo Paese dietro l'angolo c'è sempre qualche inchiesta (ieri è stata la volta del ministero della Difesa).
La realtà, però, è che nessuno sa come affrontare la sconfitta. Neppure a sinistra. "Io avrei dato - ragiona Andrea Orlando del Pd - una risposta politica, magari un rimpasto. Invece fanno l'errore di puntare sulla legge elettorale e non ragionano sul fatto che nelle ultime elezioni avevano vinto solo perché c'erano tre poli, ma in voti assoluti erano già minoranza nel paese".
La lunga esperienza di Luciano Violante invece suggerisce altro. "E ora? La Meloni andrà avanti", è il suo parere: "se va al voto peggiora la situazione e poi per le elezioni c'è bisogno del sì di Mattarella. E Meloni è persona intelligente. Il suo errore? Non aver tentato una mediazione sulla riforma.
Doveva guardarsi attorno: il giorno del referendum uno è andato in Ungheria (Salvini, ndr); l'altro sarebbe stato meglio se fosse rimasto zitto (Tajani ndr). Se ci saranno cambiamenti nelle aziende di Stato? Seguono sempre il Potere". Appunto, per esorcizzare la sconfitta nessuno ha una ricetta.