A Cipro lo chiamano Kataklysmos, cataclisma o alluvione. È il rito di purificazione con l'acqua che scivola sul corpo per evocare il cambiamento, la svolta, la sopravvivenza dopo che ogni cosa è stata spazzata via. C'è chi dice che evoca la nascita di Afrodite, chi tira in ballo l'arca di Noè e chi si tuffa nel mistero della Pentecoste. Il senso è in ogni caso che o si cambia o si muore. È per questo, in teoria, che i protagonisti del Consiglio Europeo informale si sono riuniti qui a Nicosia per cercare una risposta al caos globale e, in particolare, a non affogare nella crisi di luce e gas. Il risultato è che dopo due giorni c'è tanta speranza, ma le svolte sono impercettibili. È come restare fermi in una canzone dei Litfiba. "L'energia corre via, l'energia si trasformerà". Ci si arriverà, ma con calma, per ora non ci sono le condizioni per alleggerire i criteri sul debito. Non siamo ancora nelle brutte stagioni del Covid. Bisogna aspettare. Come dice Ursula von der Leyen "continuiamo a monitorare gli sviluppi". Quindi, qualcosa cambia? Pazienza, senza fretta. "La clausola generale di salvaguardia può essere attivata solo in caso di grave recessione economica. Per fortuna, non è questa la situazione in cui ci troviamo". Non bisogna smettere di essere pessimisti. Alla fine è la vecchia storia di chi compra il presente e di chi non vuole ipotecare il futuro. Tutto questo, però, senza un minimo di flessibilità. Si ritorna così alla vecchia favola delle cicale e delle formiche, spendaccioni e frugali, una divisione geografica tra chi chiede a Bruxelles più coraggio e chi pensa che si sia già fatto troppo.
Berlino è tornata alla prudenza di chi ha vissuto un secolo fa la bancarotta e non si è mai più psicologicamente ripresa. Madrid non ha mai avuto paura dei debiti e pensa per visione ideologica che la spesa pubblica non sia mai peccato. Quello che chiede è semplice: estendere i fondi del Recovery da 6 a 12 mesi, allentare le regole di bilancio per gli investimenti energetici come fatto per la difesa e una tassa sugli extraprofitti delle grandi aziende del settore. Roma chiede di meno, chiede un pizzico di buon senso. Giorgia Meloni chiede di non restare immobili in attesa di un miracolo. "Serve il coraggio di prevenire una crisi e non di rispondere quando si manifesta in tutta la sua intensità". In quarantotto ore, all'inizio d'aprile, la premier ha incontrato il principe ereditario dell'Arabia Saudita, l'emiro del Qatar e il presidente degli Emirati Arabi. Sessioni di pianificazione d'emergenza per una nuova architettura energetica europea, mentre lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso e Washington ha trasformato l'intera regione in una zona di attrito. Una mossa meloniana non autorizzata da Bruxelles e non coordinata con la Casa Bianca. Ha capito che serve un'Europa forte per un'Italia più solida. Lo sa anche Ursula von der Leyen ma è prigioniera del suo ruolo. È chiaro che bisogna trovare un modo per superare il disastro dello stretto di Hormuz, ma non si può derogare dalle regole, più sacre che razionali, che reggono il patto di stabilità.
Così ha ricordato agli Stati che ci sono ancora 95 miliardi di fondi del Next Generation in scadenza ad agosto, non ancora utilizzati e che potrebbero essere utili per gli investimenti energetici. Una, Giorgia, parla di coraggio, l'altra, Ursula, fai i conti della spesa. Prima o poi si capiranno.