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Chiesa in cammino e Vangelo. L'eredità raccolta da Leone

L'impianto profondo del magistero di Bergoglio riecheggia nell'azione di Prevost. Che non imita il suo predecessore ma ne assume la direzione di marcia

L'omaggio di Papa Leone XIV al predecessore (Fonte: Vatican News)
L'omaggio di Papa Leone XIV al predecessore (Fonte: Vatican News)
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A un anno dalla morte di Papa Francesco, il rischio più grande è di ridurre il suo pontificato a una sequenza di immagini inedite e frasi potenti: gli abbracci con i carcerati, i poveri e i migranti, le parole sulla "terza guerra mondiale a pezzi" o la richiesta di una "Chiesa povera per i poveri". Eppure, a dodici mesi da quel 21 aprile in cui Jorge Mario Bergoglio si è congedato dal mondo, ciò che emerge con maggiore nitidezza non è tanto la sua dimensione "iconografica", quanto l'impianto profondo del suo magistero, oggi diventato criterio di lettura anche per comprendere la direzione intrapresa dal suo successore.

Un'eredità importante e al tempo stesso impegnativa, che non si esaurisce in singole prese di posizione, ma in un cambiamento di prospettiva: la Chiesa di Roma non più percepita come centro che irradia, ma come realtà in cammino, che esce, si espone e accetta di abitare le periferie geografiche ed esistenziali. Francesco ha rimesso al centro il Vangelo come esperienza concreta di misericordia, ha riportato la dottrina sociale al contatto diretto con le ferite del mondo, lavorando in profondità sul modo di intendere l'autorità, il potere e la missione, invitando a non rifugiarsi nella nostalgia di un passato idealizzato, ma a misurarsi con le contraddizioni del mondo, dei potenti, senza perdere il riferimento evangelico. È su questo terreno che si misura oggi l'azione di Leone XIV: più che nei gesti simbolici e sul modo di comunicare, la continuità tra i due papi si coglie nell'azione pastorale. Non a caso, nella lettera inviata ai cardinali il 14 aprile scorso, Leone XIV ha sottolineato la necessità di "rilanciare" l'Esortazione Apostolica Evangelii gaudium, il testo programmatico del pontificato di Francesco, pubblicato nel novembre del 2013, "per verificare con onestà che cosa, a distanza di anni, sia stato realmente recepito e che cosa invece resti ancora sconosciuto o inattuato". Leone parla in particolare della riforma dei percorsi di iniziazione cristiana, l'attenzione a valorizzare le visite apostoliche e pastorali "come autentiche occasioni kerigmatiche e di crescita nella qualità delle relazioni, così come l'esigenza di riconsiderare l'efficacia della comunicazione ecclesiale, anche a livello della Santa Sede, in una chiave più chiaramente missionaria".

Leone, insomma, sembra aver compreso che l'eredità più impegnativa ricevuta non riguarda singole riforme, ma una postura pastorale. Quando richiama, ad esempio, la centralità dell'annuncio del Vangelo come cuore dell'identità cristiana, riecheggia l'insistenza di Francesco sul kerigma, sull'annuncio, come fondamento di ogni azione ecclesiale. Prevost, ovviamente, non imita Bergoglio, non riproduce il suo stile comunicativo, ma ne assume la direzione di marcia, proponendo un suo stile originale, rispettoso delle strutture curiali e pretendendo il rispetto che si deve al Vicario di Gesù Cristo. Pace, missionarietà, giustizia sociale, tutela del creato, migrazioni, sono i dossier che erano sulla scrivania di Bergoglio a casa Santa Marta e che sono rimasti sulla scrivania del nuovo pontefice: anche alla luce di questo, Francesco, oggi appare non come una figura del passato ma come un riferimento per il presente; il suo pontificato ha lasciato alla Chiesa una grammatica nuova per parlare al mondo, quella della misericordia, dell'ascolto, della fratellanza umana. Leone XIV si muove dentro questa grammatica, declinandola nelle sfide di un tempo nuovo, che deve fare i conti con un mondo sempre più in crisi e trasformato da novità come l'intelligenza artificiale.

L'eredità di Bergoglio rimane quindi non come un monumento da custodire, ma come un cantiere nel quale anche il nuovo Papa è al lavoro: non per obblighi formali o per deferenza verso il predecessore che lo volle vescovo e cardinale, ma perché quel modo nuovo di guardare la Chiesa è ormai parte imprescindibile del cammino ecclesiale.

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