Carne danese diretta a Milano, latte francese verso Verona, confettura tedesca da vetrina. C'è persino l'avocado dalla Moldavia e il kiwi cileno. E poi quintali di carni surgelate pronte per essere vendute a prezzi stracciati sugli scaffali della grande distribuzione. Tutte le confezioni riportano scritte in italiano, ma arrivano dall'estero. Il rito si ripete, ad un valico del Brennero ancora una volta tinto di giallo. Dai tir aperti dai finanzieri emerge la verità nascosta che si materializza davanti agli occhi: ecco il "fake in Italy". Erano diecimila gli agricoltori arrivati ieri al confine con l'Austria per denunciare l'esplosione dei costi di produzione e, soprattutto, per chiedere una tutela reale del Made in Italy. Sono arrivati da ogni parte d'Italia, fin dalle prime luci dell'alba, a disegnare un imponente cordone giallo guidato da Coldiretti. C'erano giovani imprenditori e veterani del settore, molti hanno partecipato anche alle maxi-mobilitazioni analoghe degli anni recenti. Per loro è questione di vita o di morte.
"Il falso ci ruba il lavoro", "Stop alle importazioni sleali", "No al cibo estero che diventa italiano", sono solo alcuni dei messaggi che campeggiano sui cartelli dei manifestanti. Ma gli slogan non rendono l'idea della portata del fenomeno e di un'emergenza spesso sottaciuta. "Chiediamo trasparenza sulle filiere agroalimentari arringa il presidente di Coldiretti Ettore Prandini -, serve cancellare tutto ciò che riguarda il codice doganale, ovvero l'ultima fase di trasformazione, una norma europea che permette di trasformare e quindi di vendere per italiano sui mercati internazionali ciò che italiano non è". Secondo le stime di Coldiretti, in termini economici questo "falso italiano" che entra ogni giorno nel Bel Paese toglie agli agricoltori italiani 20 miliardi di euro. Gli effetti distorsivi delle norme europee sull'ultima trasformazione dei prodotti sono plastici e inquietanti: ecco le arance sudamericane che diventano succhi di frutta italiani, il grano canadese trasformato in pasta autoctona, persino la cagliata ucraina si fa mozzarella nostrana.
Ma oltre alla concorrenza sleale, per il settore agricolo pesano i rincari energetici e dei materiali, aggravati dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e nello Stretto di Hormuz. "Un aumento di 200 euro ad ettaro rispetto a quello che avevamo in termini di costo lo scorso anno ma soprattutto dei fertilizzanti che sono aumentati del 100% e il gasolio agricolo +70% - denuncia il numero uno di Coldiretti Prandini -. Anche i costi energetici sono aumentati in modo significativo e ci stanno mettendo in grande difficoltà". C'è un palco e un mare di persone, nell'area di sosta della corsia sud dell'A22, ma non è una festa. Sembra anzi una veglia, non silenziosa, di un popolo mai domo.
Sulla battaglia degli agricoltori si è espressa anche Michaela Biancofiore, componente della Commissione Agricoltura: "La trasparenza sulle filiere agroalimentari è determinante per proteggere il nostro Made In Italy, esempio riconoscibile e riconosciuto di qualità nel mondo. Per questo è giusta e condivisibile la protesta di Coldiretti contro l'ennesima norma europea che rischia di colpire il nostro sistema primario".
E ha continuato: "Già il mercato del falso sottrae miliardi alla nostra economia, permettere di vendere come italiano ciò che non lo è, attraverso il codice doganale europeo, rappresenta l'ennesimo schiaffo agli agricoltori e allevatori italiani".