Colle, fumata nera anche oggi. Domani il D-day

Il centrodestra si astiene e si conta. Il centrosinistra vota scheda bianca. Salvini e Tajani ribadiscono il "no" a Draghi

Colle, fumata nera anche oggi. Domani il D-day

Doveva essere il giorno della verità, ma difficilmente lo sarà. Si continua, infatti, a navigare a vista. Con centrodestra e centrosinistra che non sembrano riuscire a individuare un comune terreno di confronto. E con lo scenario che cambia di ora in ora, l’unica cosa che sembra davvero certa è che anche la quarta votazione – la prima con il quorum a 505 voti – oggi finirà con un’altra fumata nera.

Già in mattinata si susseguono vertice e riunioni. Si incontrano Matteo Salvini, Antonio Tajani e Giorgia Meloni (con loro anche Giovanni Toti e Maurizio Lupi) da una parte e Enrico Letta, Giuseppe Conte e Roberto Speranza dall’altra. La fotografia plastica di una distanza tra posizioni che non è ancora stata colmata. Non è un caso che Matteo Renzi abbia già fatto sapere che oggi Italia viva “voterà scheda bianca”, convinto che il redde rationem arriverà solo domani, al quinto scrutinio.

D’altra parte, quello che sta contribuendo a far impazzire la maionese è il fatto che all’interno dei due blocchi – centrodestra da una parte, centrosinistra dall’altra – convivono posizioni e spinte spesso opposte. Per cui anche solo trovare un punto di caduta della singola coalizione pare essere un’impresa.

È in questo quadro che il centrodestra decide oggi di contarsi. Non su un candidato di bandiera, come avrebbe voluto Meloni. Ma scegliendo la strada dell’astensione, che è cosa diversa dalla scheda bianca e che permette di verificare la compattezza della truppa. Da domani, si legge in un comunicato congiunto Lega-Fi-FdI, “siamo pronti a chiedere di procedere con doppia votazione” e “proponiamo la disponibilità a votare un nome di alto valore istituzionale”.

Tra cui non c’è quello di Mario Draghi. Il leader della Lega e il vicepresidente di Forza Italia, infatti, hanno voluto aprire la giornata del quarto scrutinio ribadendo il loro “no” alla candidatura dell’ex numero uno della Bce. Il cui nome – insieme a quello di Pier Ferdinando Casini e di Elisabetta Belloni – oggi era dato da quasi tutti i giornali ancora tra i papabili. Ammaccato sì da quest’ultima settimana sull’ottovolante, ma ancora in corsa. Salvini, invece, ci ha tenuto a ripetere che Draghi per lui non è un candidato: “Continuo a ritenere – lo ritenevo ieri, lo ritengo oggi e lo riterrò domani – che Draghi sia prezioso alla guida del governo. A sinistra qualcuno fa il giochino ‘sposto Draghi, dove lo metto?’, ma non mi sembra rispettoso né verso di lui né verso il Paese”. Posizione pienamente condivisa dal coordinatore di Forza Italia Tajani, secondo cui il premier deve restare a Palazzo Chigi perché è da lì che può continuare a “garantire l’unità nazionale” come ha fatto fino ad oggi. Tutte parole di grande stima, certo. Ma che – anche questa mattina – sembrano sempre più allontanare Draghi dalla sua legittima ambizione quirinalizia.

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