Bruno Contrada è morto da incensurato e da poliziotto a 94 anni, reintegrato dal capo della Polizia nel 2017 con effetto retroattivo dal 1° gennaio 1993, ossia dopo l'arresto nella notte di Natale: 31 mesi di carcere preventivo.
La deriva che tende a "mascariare" Contrada invece è ancora viva, e per saperlo bastava guardare certe opinioni sul Tg1 di ieri sera o basta leggere lo sfogatoio social a cui è ormai ridotta wikipedia, o infiniti libri del genere "però la verità è un'altra". Storia vecchia. Giovanni Falcone dovette farci i conti già nel 1989, quando un giornalista difficile da definire, Saverio Lodato, agli disse che l'attentato all'Addaura l'aveva preparato Contrada, insomma il Sisde. Niente di vero, come sempre: la Cassazione nel 2004 sancì che Contrada non c'entrava un accidente, perché la responsabilità fu di Cosa nostra e basta.
Ma si torna a quel gennaio 1993, quando a dirigere la procura di Palermo era appena arrivato Gian Carlo Caselli che si trovò la tavola apparecchiata con un dossier su Contrada: accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, reato inventato dai magistrati italiani mettendo insieme due articoli del Codice.
Poi una girandola che, pure, può esistere solo da noi. Contrada, in primo grado, nel 1996, viene condannato a 10 anni più 3 di libertà vigilata; poi assoluzione in Appello, poi ripetizione del processo d'Appello su disposizione della Cassazione; poi condanna in Appello a 10 anni, quindi conferma della Cassazione, infine carcerazione e, a un certo punto, ripetute richieste, sino al 2008, di concessione degli arresti ospedalieri o domiciliari che gli vengono sempre negati.
Contrada finisce di scontare la pena nel 2012, ma nel 2014 sopraggiunge una sentenza della Corte europea che condanna lo Stato italiano per via dei "trattamenti inumani o degradanti" legati alla mancata concessione degli arresti domiciliari al malmesso Contrada, al quale, lo Stato, poi, rifonde ben 15 mila euro.
Ora la chiave di tutto: nell'aprile 2015 c'è una nuova sentenza della Corte europea secondo la quale Contrada non doveva essere condannato "per concorso esterno in associazione mafiosa" perché all'epoca dei fatti, dal 1979 al 1988, il reato neppure esisteva, o meglio come sempre "non era sufficientemente chiaro", quindi Contrada "non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso".
Parentesi: il principio dell'irretroattività è alla base del diritto internazionale: nessuno può essere condannato per un'azione che non costituiva reato quando è stata commessa.
Comunque: finita? Neanche a pensarci. Lo Stato italiano presenta ricorso alla stessa Corte che però a settembre respinge, i legali di Contrada si rivolgono alla corte d'Appello di Palermo che dovrebbe recepire la sentenza europea e quindi revocare (formalmente, visto che la pena Contrada l'ha già scontata) la condanna inflitta, ma ecco che da Palermo rispondono che "non riconoscono le motivazioni giurisprudenziali della Corte", e che dichiarano inammissibile la richiesta di revoca, essendo basata su "un'interpretazione comunitaria di fatto incompatibile con l'ordinamento italiano".
Avete letto bene. Cioè: dopo l'invenzione di un reato che neppure esiste nel Codice, e che nessun Parlamento ha mai approvato, dalla Sicilia fecero scuola anche all'Europa e si misero fuori dal diritto occidentale. Ci pensò fortunatamente la Corte di cassazione a rimettere le cose a posto.
Poi la Corte d'appello di Palermo, tra infiniti altri ricorsi, fu costretta a liquidare a Contrada un sacco di soldi per l'ingiusta detenzione. Ormai aveva 89 anni e due cose da fare: pagare gli avvocati e morire. Ha provveduto a entrambe le cose. Abbiamo contato 17 gradi di giudizio, ma potremmo sbagliarci.