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In dieci giorni di tensioni a Teheran l'Europa brucia oltre mille miliardi. Wall Street prova il recupero in serata

Georgieva (Fmi): "Ora bisogna pensare all'impossibile". La Bce si prepara ad alzare i tassi di interesse due volte

In dieci giorni di tensioni a Teheran l'Europa brucia oltre mille miliardi. Wall Street prova il recupero in serata
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I mercati globali continuano a muoversi su un terreno scivoloso, dove ogni rintocco di guerra si traduce in una nuova ondata di vendite sui listini azionari. A spaventare gli analisti, però, non è solo la volatilità o il rosso che ormai tinge le Borse mondiali da più di una settimana, ma gli effetti sull'inflazione.

Kristalina Georgieva, direttore generale del Fondo monetario internazionale, ha messo in guardia dai rischi di inflazione derivanti dal conflitto in Iran, mettendo nero su bianco che un aumento del 10% dei prezzi del petrolio (picco che è già stato superato), se persistente per gran parte dell'anno, comporterebbe un aumento di 40 punti base dell'inflazione globale. Se è vero che sembrano numeri irrealistici, Georgieva ha suggerito ai politici di "pensare all'impossibile", perché non è possibile escludere nulla a priori in un contesto di guerra. Per esempio, se fino a un paio di settimane fa l'ipotesi di un rialzo dei tassi da parte della Banca centrale europea era considerata del tutto inverosimile, ora ha improvvisamente ripreso consistenza. Anzi, gli analisti di Bloomberg sono pronti a scommettere su altri due aumenti dei tassi entro dicembre. Diversa la situazione negli Stati Uniti, dove non essendoci un rischio per l'approvvigionamento di petrolio e gas, il costo del denaro potrebbe addirittura scendere.

Lo spettro della stagflazione spaventa tutti. Il commissario per l'Economia, Valdis Dombrovskis, non si nasconde e indica chiaramente qual è lo scenario a cui si approccia Bruxelles: quello di una crisi vera, profonda, dove tutto costa tanto e non si cresce. Questo sarebbe però valido solo nel caso in cui il conflitto durasse per mesi, cosa che non conviene a nessuno, neppure agli Usa.

Ieri lo Stoxx 600, l'indice che raggruppa i principali titoli quotati sui mercati europei, ha perso di nuovo terreno, mandando in fumo altri 116 miliardi di capitalizzazione, che si aggiungono ai 918 miliardi già bruciati la settimana scorsa. Questo è successo nonostante i listini abbiano ridotto il calo nel finale, con il prezzo del petrolio che è tornato sotto i 100 dollari al barile. E la giornata si è chiusa in rosso per le principali Borse europee: a Milano, il Ftse Mib ha chiuso in negativo dello 0,29%, il Cac40 ha ceduto lo 0,98%, in Germania il Dax ha chiuso a -0,77%, mentre Londra ha perso lo 0,34%. Ancora una volta, a soffrire maggiormente sono i listini asiatici: il Topix giapponese e il Kospi sudcoreano hanno registrato un calo rispettivamente del 5,2% e del 5,9%. Anche gli indici di Hong Kong e della Cina continentale hanno registrato un calo. Il crollo di ieri porta la perdita totale del listino sudcoreano oltre il 16% dall'inizio della guerra in Iran. Questo perché Seoul importa circa il 70% del suo petrolio greggio dal Medio Oriente. In serata, dopo che Donald Trump ha annunciato che la guerra durerà poco, Wall Street è tornata a crescere: sia il Nasdaq che S&P 500 hanno chiuso in crescita, rispettivamente dell'1,43% e dello 0,82% (dati alle ore 21 italiane).

La parziale risalita dei listini in finale di seduta suggerisce che i mercati stiano tentando di metabolizzare lo choc, ma nonostante il prezzo del petrolio sia sceso a metà giornata (dopo un picco di 116 dollari a barile) e si stiano

sperimentando tratte sostitutive rispetto allo Stretto di Hormuz, la fragilità resta alta. In questo scacchiere di instabilità, ora gli occhi non sono più solo puntati su Teheran, ma anche sulle banche centrali di tutto il mondo.

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