Leggi il settimanale

Draghi non si schiera come Renzi e Amato, Il "dietrofront" del solito D'Alema

Ai tempi della Bicamerale il "Líder Massimo" lavorava per la separazione delle toghe oggi invece boccia la riforma

Draghi non si schiera come Renzi e Amato, Il "dietrofront"  del solito D'Alema

E, alla fine, è arrivato l'endorsement di Mario Monti. Per il No al referendum. Ma non "per punire il governo". Ma cosa faranno gli altri ex inquilini di Palazzo Chigi? Mario Draghi (foto a destra), a quanto apprende Il Giornale, andrà sicuramente al seggio ma non scioglie le riserve sulla sua scelta. Un silenzio, e un punto interrogativo, anche su ciò che farà Giuliano Amato (a sinistra). E pure Matteo Renzi (al centro) non si è sbilanciato, lasciando libertà di voto ai suoi, tra cui molti intenzionati a votare Sì. Insomma, tre ex presidenti del Consiglio - tra cui due piuttosto recenti - preferiscono tacere. Una linea diversa da quella del tecnico Monti. Ma non tutti stanno in silenzio. Il fronte del No può annoverare tra i suoi sostenitori quattro ex premier in quota centrosinistra come Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Romano Prodi, Massimo D'Alema. Per il Sì, invece, sarà il voto di Lamberto Dini.

Da un "supertecnico" all'altro, inevitabile chiedersi tra i Palazzi della politica cosa farà Draghi. L'ex governatore della Bce, come dicevamo, non ha intenzione di entrare nel dibattito politico sulla riforma della giustizia. La scelta, non a sorpresa, è quella del profilo basso. E, quindi, l'unica certezza è che il predecessore di Giorgia Meloni voterà. Quanto al resto, conferma chi gli è vicino, non dovrebbero esserci "interventi pubblici nel merito" della riforma che sarà al vaglio degli elettori domenica e lunedì prossimi.

Nel 2022, a Palazzo Chigi, Draghi aveva sollecitato un'accelerazione sulla riforma della giustizia, avvertendo: "Gli italiani si aspettano dalla magistratura decisioni giuste e prevedibili, in tempi brevi. Gli stessi magistrati hanno bisogno di una riforma che rafforzi la loro credibilità e terzietà. Questi sono i principi alla base della riforma del governo, che auspico possa essere completata con prontezza". Ma il riferimento era alla riforma Cartabia, approvata da quella maggioranza di larghe intese e in vigore da novembre del 2022. E c'è il più stretto riserbo su ciò che farà in cabina elettorale Amato. Due volte presidente del Consiglio, di scuola socialista, l'ex presidente della Corte Costituzionale non ha fatto outing. In passato, l'ex Psi, aveva però espresso riserve sulla separazione delle carriere, pur non chiudendo del tutto all'ipotesi. Diversa è la situazione in cui si muove Renzi, che, a differenza di questi ultimi, è pienamente in attività politica. La linea del leader di Italia Viva, sul voto del 22 e 23 marzo, è quella della libertà di voto.

Tra i renziani in tanti, su tutti Roberto Giachetti, sceglieranno il Sì, ma c'è anche chi ha annunciato che voterà No. L'ex premier, invece, non ha fornito dettagli sulla sua scelta personale. In un colloquio con Il Giornale del 14 marzo, Renzi ha chiarito: "Noi siamo favorevoli alla separazione della carriere, favorevoli in modo netto". Mentre, sul suo di voto, ha tagliato corto: "Evito di personalizzare, ho già dato dieci anni fa...". "Tanti dei nostri votano Sì perché vogliono dare un segnale contro la magistratura politicizzata, altri votano No perché le riforme non si fanno per decreto legge", il quadro sulla geografia di Italia Viva.

Sono per il No, seppur con sfumature diverse, altri quattro premier progressisti. C'è Prodi, che ha detto a chiare lettere di non voler appoggiare la riforma. La critica del professore è soprattutto sul sorteggio al Csm. "Cè proprio una cosa che non concepisco, l'estrazione a sorte dei magistrati. Ma sorteggeremo anche chi vince le Olimpiadi adesso?", la stilettata. Meno muscolare la posizione di Gentiloni, eterno asso nella manica dei riformisti dem. "Voterò No ma la questione non mi appassiona", ha risposto alla domanda di rito. Un No, ma timido. Contro la riforma Enrico Letta. Con lui Massimo D'Alema. Per il primo premier post-comunista il testo "è pericoloso", nonostante l'ex leader del Pds abbia presieduto, tra il '97 e il '98, la Bicamerale in cui si proponeva la separazione delle carriere, con due Csm distinti. È un Sì limpido, invece, quello di Dini. "Voterò Sì. Approvo la riforma della giustizia.

Mi risulta che la separazione delle carriere esista nella gran parte dei paesi democratici, e senza che i pm siano sotto il controllo del governo", ha detto al Foglio l'ex premier. E l'Anm? "Andrebbe sciolta", ha risposto. Chiaro, Sì?

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica