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E adesso Gratteri minaccia la stampa. "Dopo il voto faremo i conti"

Il leader dei contrari attacca il Foglio: "Con voi tireremo una rete". Poi prova la retromarcia: "Io strumentalizzato, sono un bersaglio"

E adesso Gratteri minaccia la stampa. "Dopo il voto faremo i conti"
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Almeno una separazione delle carriere questa campagna referendaria potrebbe averla garantita: quella tra i giornalisti e Nicola Gratteri, fumantino procuratore di Napoli e frontman del "No" alla riforma della giustizia. Che al Foglio e ai cronisti che ne avrebbero incrinato la reputazione promette querele a fiumi. Colpa dei pezzi sulle sue fake news propalate per vere - dall'intervista di Giovanni Falcone contro la separazione delle carriere, inventata di sana pianta, all'ultima balla su Sal da Vinci che vota "No" - ma soprattutto sulle tante assoluzioni collezionate nella lotta alle mafie e sulle vite rovinate da indagini che si sono infrante tra gip, giudici e Cassazione.

La minaccia ai giornalisti scomodi arriva in un pezzo sul Foglio che sui social fa rimbalzare il direttore Claudio Cerasa: "Abbiamo chiamato Gratteri per capire perché ha detto che Sal Da Vinci voterà No. Ci ha detto scherzavo, speculate pure tanto dopo il referendum con voi del Foglio faremo i conti, tireremo su una rete". Contattato Gratteri non parla, nel pomeriggio precisa: "Prendo atto della ennesima polemica. Però io so bene cosa significa essere bersaglio di minacce. Il nostro ordinamento prevede 90 giorni di tempo per presentare una querela penale e cinque anni per l'azione civile. Appena avrò un po' di tempo valuterò se agire nei confronti di quei giornali che ritengo abbiano leso la mia immagine, con querela o con citazione civile".

Un misto tra il solito vittimismo e una visione quasi padronale della stampa, tipico dei pm che hanno accresciuto la loro fama più coi titoli di giornale che con le sentenze. "Se l'espressione da me utilizzata in una forma concisa non andava bene mi dispiace", ha aggiunto il procuratore di Napoli. In mezzo la disinformazione sul referendum che certo non aiuta gli indecisi a capire. Il sonnnacchioso Ordine dei giornalisti e Fnsi danno segni di vita criticandolo, qualcuno strattona il Guardasigilli Carlo Nordio evocando sanzioni disciplinari, per il coraggioso pm antimafia è l'ennesimo scivolone voluto di una campagna complessa che lo ha individuato come unico testimonial credibile del "No", per la sua visione manichea di un mondo diviso in cattivi e cattivi non ancora scoperti, funzionale al vecchio rito inquisitorio mai pienamente defunto in cui i pm hanno sempre ragione, soprattutto chi vive sotto scorta, ossessionato da nemici invisibili.

La sua principale debolezza è condividere l'odio per il correntismo che l'ha a lungo confinato in Calabria e (in parte) gli ha sbarrato la strada verso il ministero della Giustizia con Matteo Renzi. Il cui unico antidoto è - per sua stessa ammissione - l'odiato sorteggio al Csm che il Giornale gli ha ricordato sin da subito, facendolo infuriare. Ma nel deserto della politica, con M5s e Pd frammentati al loro interno sulla riforma, la sua posizione seppur incoerente con una storia personale ha comunque spaccato il dibattito, le sue uscite sul "Sì" votato da mafiosi e piduisti hanno ringalluzzito una coalizione sgangherata e divisa e lo hanno consacrato come simbolo, più di una stonata Elly Schlein e di un monotono Giuseppe Conte, trascinando però nel gorgo tutta l'Antimafia e i suoi metodi spicci. Buoni (ma non troppo) solo quando si tratta di fermare gli odiati boss che si sono spolpati il Sud e che da anni banchettano semi indisturbati al Nord, con inchieste che hanno trascinato nel fango anche accoliti, bassissima manovalanza e tantissimi innocenti veri, una categoria esclusa dalla sua visione come i dem favorevoli al "Sì" tipo l'ex sindaco calabrese Gianluca Callipo o il governatore calabrese Mario Oliverio.

E così, involontariamente, è stato il testimonial perfetto del referendum perché da prezzemolino catodico ha disvelato il volto del giustizialismo con la galera altrui, che fa prigionieri e li consacra a danni collaterali di una guerra giusta, che non paga per le conseguenze e guai ai giornalisti monelli - come l'ex direttore del Giornale Alessandro Sallusti a cui Gratteri l'avrebbe giurata ("Lei è un mascalzone, non le stringo la mano", la frase riferita) - che

glielo ricordano. Migliore rappresentazione di una giustizia ingiusta che dal 1991 ci è costata un miliardo di euro e di vite rovinate non c'e. Lo si capirà meglio dalle macerie che resteranno, che vinca il "Sì" o il "No". 5

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