Rousseau, paravento 5 Stelle che nasconde chi comanda

Il sogno della democrazia partecipata si infrange sugli scogli della politica: perché il voto online non conta come i vertici grillini dicono

Rousseau, paravento 5 Stelle che nasconde chi comanda

Son finiti i tempi dello streaming, degli show contro Pier Luigi Bersani e dei no a tutti i costi. Ma anche quelli del "passo di lato" di Beppe Grillo, padre (padrone) del Movimento 5 Stelle che nel 2016 aveva lasciato tutto in mano a Luigi Di Maio. Quando si è trattato di discutere con Mario Draghi del futuro della legislatura, l'ex comico si è fiondato a Roma per ben due volte pur di assicurarsi che la sua creatura non implodesse. Infine pure l'endorsement all'ex presidente della Bce e il rinvio di un voto che questa volta rischia di mettere in seria difficoltà il Movimento.

Ancora una volta, serve un modo per evitare che sia una delle correnti - quella guidata da Di Battista per esempio - a prendere il sopravvento. Ancora una volta, la decisione dei vertici viene mascherata dalla volontà di rappresentare una base sempre più spaccata e delusa. Ancora una volta, a poco serve il paravento del voto online che ratificherà con ogni probabilità quello che i big hanno già trattato a porte chiuse, nelle stanze di Montecitorio dove il premier incaricato prova a metter insieme il sostegno di forze politiche tanto diverse per uscire dall'impasse del governo giallorosso. Il sogno della democrazia partecipata si infrange sugli scogli della politica.

Non è la prima volta che succede, dicevamo. In anni di piattaforma Rousseau, il Movimento ci ha abituato ai quesiti più pittoreschi. Come dimenticare infatti il "sì" per dire "no" al processo a Salvini sul caso Diciotti? O quelle domande arzigogolate o scritte in "legalese" per cambiare lo statuto? Tutte le volte lo schema è lo stesso: un tema dilania le anime del partito, con - sempre più spesso - i vertici lontani anni luce dalla base. Anche quando si arriva a un passo dalla scissione, la strategia è sempre una: far digerire la decisione con un voto in qualche modo "pilotato". Una moral suasion da parte dei volti noti, un quesito poco chiaro, l'appello alla compattezza e il gioco è fatto. Nemmeno l'addio alla regola dei due mandati alla base dell'idea di "non partito" ha creato scalpore. Certo, i malumori restano, qualcuno se ne va, ma il M5S finora l'ha sempre sfangata. Almeno fino alla prossima decisione impopolare.

Come - appunto - quella su Mario Draghi. Stavolta lo scontro non è più solo tra base e vertici: un governo, seppur tecnico, sostenuto anche da forze politiche storicamente avverse non va giù nemmeno a molti big. Come Barbara Lezzi, che insieme a un manipolo di parlamentari ha lanciato il suo "V-Day" contro il premier incaricato. E come Alessandro Di Battista, che da giorni ripete il suo "no" e chiede piuttosto un'astensione che possa in qualche modo 'salvare la faccia': "A me quello che dà fastidio è l'accozzaglia, l'assembramento parlamentare", dice proprio mentre Grillo e la delegazione 5S è a colloquio con l'ex presidente della Bce, "Dico a Luigi (Di Maio, ndr) che esiste un mondo fuori che ti giudica e giudica quello che il M5s fa".

Ma lo psicodramma si consuma anche a piani più alti. Qualcuno racconta di un "blitz" - smentito, ma non subito - di Casaleggio per la formulazione del quesito quando il compito spetta, da statuto, a Vito Crimi. Sarebbe dovuto intervenire Grillo per riportare l'ordine. Se sia vero o no, è difficile dirlo. Resta un cambio di passo, l'ennesimo nella storia del Movimento. Il capo politico "pro tempore" sostiene di aver avuto "rassicurazioni" su Mes, ambiente e reddito di cittadinanza.

E così si riparte con la manfrina di Rousseau. Ma i malpancisti pesano, stavolta sono nomi in grado di spostare l'ago della bilancia. I vertici hanno deciso: lo stesso Beppe Grillo ci mette la faccia con un video pro Draghi, un appello alla base a non sbarrare la strada al nuovo governo in nome di una "maggioranza silenziosa" che vuol tentare questa strada e tenere in qualche modo un piede dentro Palazzo Chigi. Che fare? Intanto si rinvia il voto. Ufficialmente per dare il tempo agli iscritti di valutare "i nuovi elementi" emersi dalle consultazioni. Ma non si può lasciare Draghi appeso a una piattaforma gestita da un privato e che rappresenta solo una parte del Paese. La sensazione è che anche stavolta la strada sia già segnata. Almeno fino al prossimo "totem" da demolire...

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