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"Il filtro non c'era": dubbi sulla sicurezza. A rischio Patel (Fbi)

Per il ministro della Giustizia Blanche "il sistema ha funzionato". Ma soltanto dopo

"Il filtro non c'era": dubbi sulla sicurezza. A rischio Patel (Fbi)
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"Fare il presidente è un mestiere pericoloso". Donald Trump ha minimizzato così quanto accaduto al Washington Hilton, alla cena della Whca, l'associazione dei corrispondenti della Casa Bianca. È stato l'equivalente del "Fight! Fight! Fight!" con il quale aveva risposto al proiettile sparato dal 20enne Thomas Matthew Crooks in Pennsylvania, il 13 luglio di due anni fa. Due mesi dopo, il 15 settembre, un altro "lone wolf", Ryan Routh, ci aveva provato dai cespugli che circondano il Trump International Golf Club a West Palm Beach, in Florida. Al contrario di Crooks, Routh era stato scoperto prima di poter premere il grilletto. Se nel primo caso erano apparse evidenti le falle nel sistema di sicurezza che circondava l'allora candidato alla presidenza, nel secondo "il sistema aveva funzionato".

La stessa frase che sta ripetendo in queste ore Todd Blanche, il procuratore generale ad interim, per difendere l'operato del Sectret Service e, a cascata, dell'Fbi, della polizia e delle varie agenzie incaricate di vigilare sulla sicurezza del presidente degli Stati Uniti. Il "sistema" ha sicuramente "funzionato" nella sua reazione. "Sono stati fantastici", ha detto lo stesso Trump. Quello che evidentemente non ha funzionato, come stanno iniziando a sottolineare anche i media Usa, è l'azione preventiva. Una convinzione rafforzata dai primi dettagli che emergono sull'attentatore, il 31enne Cole Tomas Allen, autore di un "manifesto anti-cristiano" e "anti amministrazione Trump". Titolo, "The friendly federal assassin", inviato poco prima dell'attacco ai suoi familiari. L'uomo ha viaggiato decine di ore in treno, dalla California a Chicago e poi a Washington, presumibilmente per sfuggire ai controlli negli aeroporti e trasportare con sé il proprio arsenale. Poi, si è presentato al Washington Hilton, sede del gala, al cui ingresso una targa ricorda l'attentato del 1981 a Reagan, facendosi dare una stanza al decimo piano. Pressoché impossibile che l'abbia ottenuta al momento. L'albergo, nei giorni del gala, è "fully booked" per gli ospiti che vengono da fuori città. Una prenotazione in anticipo, quindi.

Se è compito del Secret Service garantire la sicurezza del presidente e della sua amministrazione (il bilancio 2026 è di 3,5 miliardi di dollari), è compito dell'Fbi monitorare le minacce prima che si manifestino. E qui entra in gioco il controverso Kash Patel, che all'inizio del suo mandato da direttore ha smantellato l'unità incaricata di vigilare sulle minacce terroristiche domestiche. Era considerata uno "strumento" dei democratici per danneggiare i repubblicani, poiché i vari estremisti dell'ultradestra americana venivano spesso associati all'universo "Maga" di Trump. C'è poi il resoconto del direttore del Daily Beast, Hugh Dougherty, presente al gala, a fornire ulteriori elementi su quanto accaduto prima della sparatoria. Anche Dougherty era un ospite dell'albergo, stanza 10235. Proprio accanto a quella di Allen. Il giornalista ha raccontato di come, al suo arrivo all'Hilton, il suo bagaglio non fosse passato attraverso nessun metal detector e di come abbia potuto transitare liberamente nella struttura senza alcun controllo. La postazione di metal detector che Allen ha tentato di superare, prima di venire fermato, si trovava ad appena pochi metri dall'ingresso della sala nella quale si trovava Trump. Era quella l'unica barriera prevista, a fronte di centinaia di ospiti che avrebbero potuto introdurre nell'albergo ogni sorta di esplosivo e colpire anche a distanza. È così che l'attentatore ha potuto introdurre le sue armi.

Non solo, Dougherty ha anche riferito che tre ore dopo l'incidente, gli artificieri non avevano ancora fatto irruzione nella stanza dell'uomo: "Mancava il mandato di un giudice". Il sistema "ha funzionato". Ma solamente "dopo".

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